PRIMA PUNTATA
Harriet era seduta nell'angolo del bovindo, dietro i vetri che riflettevano il sole invernale, mentre con la sua caratteristica aria sognante osservava due uccellini che saltellavano sulla siepe sottostante, ricoperta di neve candida.
Ma tutto era fuorché svagata: Roger le aveva praticamente lasciato le chiavi della casa in mano e se ne era andato senza dare spiegazioni.
Un anno prima mai e poi mai avrebbe pensato di poter rivedere il mondo da quella prospettiva, protetta ed al caldo, dove aver tempo per riflettere con calma sulla sua vita. Le ossa non le facevano più tanto male, il pranzo era a portata di campanello, come quando era una ragazzina e sognava con i ritagli di giornale sulle gambe la sua vita futura... Ma ora aveva in grembo la scatola rossa dei suoi ricordi, e lo specchietto posto nel risvolto del coperchio le rivelava che qualcosa nella la sua mente non andava al posto giusto.
Perché un uomo così ricco e temuto se ne andava via come un ladro, o meglio come se fuggisse? Prima la cara Melody... Forse c'era un nesso?
No, era una domanda a cui non riusciva a dare una risposta.
I giornali non riportavano nulla di interessante, uscire a fare un giretto era tassativamente proibito finché non avesse smesso di nevicare in quel modo terribile! Tutta la città era ricoperta da un candido manto di neve, e assomigliava più al Polo Nord, che al Midwest.
Tutti i notiziari parlavano di temperature record per l'inverno di quella regione. Ed in effetti, Harriet, che nella sua vita aveva visto tantissime cose, non ricordava di aver assistito a molti altri inverni come quello.
C'era l'autista, ma era meglio lasciarlo libero casomai Roger lo avesse chiamato per farsi riaccompagnare a casa; di fatto non aveva detto quando sarebbe tornato, neppure vagamente, ma era talmente imprevedibile...
E adesso erano passate diverse settimane. Inutile negarselo. Era preoccupata. Anzi, di più... sentiva la mancanza del signor Roger. 
Perché quando lui era presente, emanava un forte carisma: non era tipo da passare inosservato.
Sorrise, si alzò ed andò verso la scrivania che si era fatta portare in camera: doveva compilare una piccola lista di oggetti da far comperare alla cameriera giovane sempre così carina con lei...
Si sedette, prese carta e penna... e si appisolò.
Si svegliò perché una mano delicata le batteva sulla spalla.
"Signora Foxley? Le ho tenuto in caldo il pranzo.... si sente bene?"
"Sì certo, sto bene, sognavo una mia prozia....."
Sveglia del tutto, Harriet si domandò perché mai avesse detto una simile stupidaggine. 
Stava tornando. Tornando a... casa. 
Casa?... Che strana parola. 
Quelle che Roger si era appena lasciato alle spalle erano state settimane convulse, difficili. Il breve soggiorno a Springfield, dove era andato di nascosto, rendendo nota la sua presenza soltanto a Leo Flynn, l'unico amico che poteva dire di contare ancora nella sua città natale. Un soggiorno che gli era costato molto, in termini di energie. Aveva visto, da lontano, Holly. Si era informato dettagliatamente su quello che stava succedendo, ed era qualcosa di incredibile. Holly era stata sospettata di essere la persona che -da qualche tempo- stava minacciando Reva Shayne Lewis.
Assurdo! Aveva discusso quella pazzesca situazione con Leo, e per poco non avevano litigato, quando lui gli aveva ricordato che il passato di Holly non era privo di ombre.
Roger sapeva tutto, di cosa aveva fatto Holly, dei bambini che aveva rapito, del suo cedere all'alcool. Anche se a quel tempo, lui si era da poco sposato con Amanda e si era trasferito con lei in California, non aveva mai smesso di tenersi informato su quel che succedeva a Springfield.
Ma quello apparteneva al passato. Holly non era pazza, lui lo sapeva bene.
E aveva riflettuto su cosa fare per poterla aiutare, sebbene fosse certo che lei non avrebbe mai accettato aiuto da lui!...
La risposta era obbligata: il solo modo di aiutare Holly era che il vero nemico di Reva, il vero 'stalker', fosse scoperto. 
Poi però, Roger aveva rischiato di essere visto da persone che non voleva incontrare: Alexandra Spaulding, una delle sue ex-mogli, e Ross Marler, suo genero, nella fattispecie.
Così, aveva deciso che era meglio ripartire, incaricando Leo di sorvegliare la situazione e di informarlo di tutti gli sviluppi.
Poi aveva preso l'aereo che lo avrebbe riportato ad Aurora. Un piccolo rammarico era di non aver avuto la possibilità di rivedere Blake e i suoi bambini, non c'era stato il tempo. Ma -quasi per caso- un giorno aveva visto Cassie e il piccolo R.J. Era rimasto molto colpito da quanto fosse cresciuto, e di come assomigliasse al padre. 
Hart sarebbe stato fiero di lui.
Il pensiero dei suoi figli riportò alla sua mente un'altra persona.
Jen. La sua figliastra.
Jen... e quello che era successo tra loro due a Evanston.
Strinse i pugni, mentre una rabbia sorda cresceva dentro di lui. Una rabbia rivolta principalmente contro sé stesso. Nella sua vita aveva fatto molte cose, alcune delle quali erano cose di cui non andava particolarmente fiero. Ma quello era qualcosa che non aveva mai neanche immaginato che potesse accadere: andare a letto con una ragazza che quasi considerava come una figlia!...
Avrebbe dovuto odiarla. Soprattutto, avrebbe VOLUTO odiarla. Ma non riusciva. Sarebbe stato troppo facile dare la colpa solo a lei. 
Invece, Roger sapeva bene che la responsabilità di quanto era successo era in massima parte sua. Non era forse lui il più vecchio? 
Dunque avrebbe anche dovuto essere il più saggio. Ma era evidente che per lui la parola età non faceva rima con maturità.
Rise amaramente fra sé. La sua carriera non sembrava avere limiti! 
Ma sì, mettiamo anche questo sul conto del buon vecchio Roger Adam Thorpe!!... Cosa mancava all'appello? Dopo il furto, l'omicidio, la violenza carnale, il rapimento ...aveva perso il conto!, adesso anche l'incesto!?...
Era quello che provava, nonostante non ci fossero legami di sangue tra lui e Jen. Lei era pur sempre la figlia di sua moglie Amanda. 
Jen era quella ragazza che da ormai cinque anni faceva parte della sua famiglia, e che aveva visto trasformarsi in donna.
Una donna bellissima. Una donna con un fascino al quale era difficile poter resistere...
Fu in quel momento che un'Hostess gli si avvicinò, riscuotendolo da quei pensieri, e avvertendolo di allacciare le cinture. L'aereo stava per atterrare all'aeroporto di Aurora, Illinois.
L'Aeroporto Municipale di Aurora si trovava a Ovest della città, a pochi minuti di distanza, sulla strada statale numero 30.
Appena arrivato, Roger decise di prendere un taxi, e dirigersi subito al Goatleaf Lodge, piuttosto che chiamare casa e farsi mandare l'autista. Non aveva nessuna voglia di aspettare.
Quando entrò nella villa, Justin, il maggiordomo, si affrettò ad andargli incontro, e Roger gli affidò la piccola valigia che aveva portato con sé, come unico bagaglio durante quel breve periodo di allontanamento.
Stava per salire le scale e dirigersi in camera sua, quando la voce di Harriet lo fece voltare.
"Signor Roger!!..." E c'era un misto di sollievo e gioia, nella voce dell'anziana donna. "È tornato..."
Lui le rivolse un sorriso, e quello era il primo sorriso spontaneo da diversi giorni a quella parte, sul volto di Roger. "Buongiorno, Harriet. Mi fa piacere rivederla. È andato tutto bene durante la mia assenza?..."
Harriet scrollò le spalle. "Non è accaduto nulla di particolare. Assolutamente tutto tranquillo."
Roger annuì. "Meglio così." Qualcosa nel suo sguardo -per un secondo- lasciò trasparire della stanchezza. Aveva bisogno di una doccia e di rilassarsi un po'.
"Vado subito a dire alla cuoca di preparare i suoi piatti preferiti!..." affermò Harriet.
"Bene! Negli ultimi giorni ho praticamente mangiato solo panini!..." disse Roger, leggermente divertito. "Allora, ci vediamo più tardi a pranzo" aggiunse salendo le scale.
"Signor Roger?..." lo richiamò la vecchia.
Lui si volse di nuovo verso Harriet. "Sì?..."
Lei sospirò piano. "Bentornato a casa!" esclamò sorridendo. 
L'aereo era atterrato in perfetto orario, erano le 10:30 del mattino. 
La giornata si preannunciava serena e non molto fredda nonostante la città fosse ricoperta da un mantello candido. L'aveva notato mentre erano in fase di atterraggio. Elijah aveva osservato da fuori il finestrino quella che sarebbe diventata la sua casa da quel momento in poi. Era molto graziosa, o così almeno sembrava dalle foto che aveva visto.
Era rimasto sorpreso quando aveva saputo che era soprannominata "La città delle Luci". Si diceva che di notte fosse illuminata come poche altre e questo fatto l'aveva attirato naturalmente. Avrebbe avuto "le stelle" anche in città quando non gli sarebbe stato possibile andare ad osservarle fuori. Amava osservare il firmamento e anche il suo cane portava il nome della stella più luminosa del cielo. Un nome scelto per lui da qualcun altro durante una notte 
d'estate di sette anni prima…
Era immerso in questi ricordi quando un improvviso ma non inaspettato scossone l'aveva distolto dalle proprie riflessioni. Erano atterrati.
La squillante voce di una hostess aveva avvertito i passeggeri che erano giunti all'Aeroporto Municipale di Aurora. 
In quel momento la prima cosa da fare era recuperare il suo fedele amico, che aveva viaggiato tutto solo nella stiva. Aveva voglia di coccolarlo un po'. In fondo lui sarebbe stato il suo solo amico per i primi tempi. Aveva indossato gli occhiali da sole e, zaino in spalla, si era diretto verso l'uscita del gate. C'era una certa confusione in giro.
Dopo una buona mezz'ora aveva recuperato il bagaglio e il fedele Sirio che ora scodinzolava al suo fianco.
Ora bisognava trovare un taxi per raggiungere la città che distava pochi minuti.
Joanne era rimasta imbottigliata nel traffico e aveva la certezza che sarebbe arrivata in ritardo per aprire il locale; ovviamente poi avrebbe dovuto fare i conti con una sfuriata di Tony... Quella mattina non lo aveva trovato quando si era svegliata e lui le aveva lasciato solo un biglietto molto telegrafico: "Sono uscito. Ci vediamo al RH."
Si era chiesta dove fosse andato, in fondo, però, lui poteva fare ciò che voleva e non doveva renderne conto a lei...
Finalmente il traffico iniziò a diradarsi e Jo poté spingere sull'acceleratore....
Come previsto arrivò in ritardo ma davanti al locale non vide Tony: "Bene - pensò - già oggi gira male, mi ci sarebbe mancato solo lui con la predica..." 
Aprì la porta ed entrò... Un'altra giornata era iniziata...
La giornata era davvero bella. Un sole splendente brillava nel cielo limpido.
Respirò a pieni polmoni l'aria fresca. Non faceva molto freddo ma nonostante questo si sistemò meglio la sciarpa sul collo. 
- Meglio evitare di ammalarmi subito appena arrivato...- pensò Elijah.
Sirio sembrava ansioso di correre. Guardava intorno e fiutava l'aria di quella nuova città con curiosità, mentre agitava la coda a destra e a sinistra. 
"Ehi stai buono!!" Ma il suo peloso amico non aveva minimamente dato retta alle raccomandazioni del suo padrone e puntando un tipo chino su una ruota di un taxi e gli si era letteralmente fiondato addosso. 
"Fermo Sirio!" Ma non era riuscito ad evitare l'impatto. 
Il tipo era finito a pancia all'aria e Lij in quel momento aveva desiderato risalire di corsa sull'aereo a nascondersi. 
"Iniziamo bene.." sospirò e facendosi coraggio si avvicino con cautela e tirò Sirio per il collare mentre aiutava l'uomo ad alzarsi. 
"Che diamine! Lo vuoi tenere a bada quel cane!" 
"Mi scusi, sono desolato, è un po' vivace" e con l'aria poco convincente mostrò il migliore dei propri sorrisi. Che però uscì parecchio tirato. 
Quello lo guardava infastidito. 
"....Senta lei è il proprietario di questo taxi?" 
Improvvisamente il broncio svanì dal viso dell'uomo e questi sorrise, o meglio le labbra gli si distesero da un orecchio all'altro in un'espressione che sembrava più un ghigno che un sorriso. 
"Ehm..." Lij tossicchiò. 
"Certo figliolo.." strofinandosi le mani. Il ragazzo si guardò attorno. Quello era effettivamente l'unico taxi libero in quel momento... chissà come mai... 
Comunque gli serviva e forse quella strana espressione che aveva notato era stata solo una sua impressione. 
Forse... 
"Devo arrivare a Garden Road ...." 
"Non c'è problema.... il tuo cane però deve stare tranquillo, non voglio essere disturbato mentre guido, tienitelo vicino altrimenti potrebbe essere pericoloso..." e fece un altro strano sorriso mentre lo squadrava dall'alto in basso. 
Elijah si sentì improvvisamente a disagio... 
Caricò i bagagli aiutato da quello strano tipo. Lo osservò, non era molto alto, vestito con dei pantaloni marroni e una giacca a vento verde militare, in testa indossava una coppola e aveva lunghi baffi scuri. Tutto sommato l'aspetto
sembrava simpatico, eppure quella sensazione non lo abbandonava. 
Capì presto il perché. Non appena chiusa la portiera, il tipo pensò bene di schiacciare l'acceleratore manco dovesse stabilire un nuovo record dei cento metri rischiando di: 1) investire una vecchietta che attraversava sulle strisce, 2) schiantarsi contro una macchina che veniva nel senso opposto di marcia, 3) prendersi un numero imprecisato di improperi da una mamma con al seguito tre figlioletti che avevano corso il serio e concreto rischio di diventare orfani prematuramente e 4) facendogli sbattere la testa contro il finestrino e pestare una zampa a Sirio che con un guaito espresse tutto il proprio disappunto. 
"Ma insomma vada piano!!!" disse con voce alterata dalla paura per il fatto che si era quasi ritrovato in braccio il guidatore della auto rossa che viaggiava nella corsia opposta. 
"Stai tranquillo ragazzo.." gli rispose il tassista e ridacchiò mentre la macchina si allontanava a tutta velocità dall'aeroporto e per fortuna non avevano ancora ammazzano qualcuno. Non ancora. 
Sospirò e guardando gli occhi di Sirio capì che il suo cane sembrava inquieto allo stesso modo. 
Il viaggio si preannunciava movimentato, realizzò con viva preoccupazione Lij toccandosi la testa dove sarebbe sicuramente spuntato un bel bernoccolo.
Tony correva a perdifiato per Aurora, era in ritardo.... terribilmente in ritardo! Jo sarebbe stata incazzatissima: già non lo aveva trovato quando si era svegliata e ora lui era riuscito pure ad arrivare in ritardo.
Aveva incontrato un'amica e avevano fatto colazione insieme, era stata una chiacchierata piacevole anche se lei gli aveva parlato soprattutto del suo ragazzo… Quei due stavano insieme già dai quasi due anni e la loro relazione
sembrava come se fosse agli inizi, si chiedeva come facessero...
Giunse al Rebellion's House ed entrò, aspettando la sfuriata di Joanne che, inaspettatamente, non arrivò...
"Ciao Tony"
"Ehm… ciao... scusa per il ritardo… ho corso tantissimo ma non sono riuscito ad arrivare in orario..."
"Non ti preoccupare non c'è problema" Jo non poteva sgridarlo dato che era arrivata in ritardo pure lei... decise comunque di provare a chiedergli gentilmente una spiegazione.
"Tony, non voglio essere invadente, ma... dove sei stato?"
"Scusa anche per quello! Comunque sono andato a fare colazione con un amico..."
Non capì perché le aveva detto che era uscito con un amicO… Loro non stavano insieme. Erano solo due amici che per divertirsi facevano sesso qualche volta...... molte volte...
"Ah ok… era solo così per sapere perché subito appena non ti ho visto mi sono un attimo preoccupata. Ora però va' al bancone, il lavoro ci chiama!"
Tony si diresse al bancone, contento per non aver ricevuto nessuna sfuriata...
Harriet si diresse verso la cucina, ma non dovette camminare molto, la cuoca aveva già capito che c'erano cambiamenti da fare e la maniera più spiccia era chiedere alla signora Foxley...
La presenza maestosa di Kay, cuoca di professione e felice di esserlo, si manifestò subito sulla porta: "Abbiamo ordini o novità, - chiese rubizza e sorridente - Mrs Foxley?"
Da cuoca a 360 gradi, si stancava a preparare per poche persone, mentre dava il massimo quando le cose si facevano complicate.
Molto velocemente Harriet la mise al corrente del ritorno di Roger, era necessario preparare qualcosa di speciale ma allo stesso tempo semplice: niente intrugli... del sano roastbeaf... "Poi alle sue mani, Mrs Kay! E già che ci siamo, mi può mandare sopra un po' di menta fresca della sua ed una bottiglia di Bourbon, con tanto ghiaccio tritato fine?"
"Mint Julep!" disse orgogliosa Kay "Ha anche lei una sua formula?"
"Si, ho una mia formula, sorrise Harriet, era... del.. maggiordomo di mia madre..."
"Allora... Mrs, mi permette un consiglio, tenga lontano Justin quando lo prepara. Ha idee troppo newyorchesi per un buon Mint."
"Grazie del consiglio, Kay: lo terrò a distanza, e mi raccomando la cena........ oh, scusi, ancora una cosa.... abbiamo bicchieri d'argento ed un frullino da Mint?
"Certo! Ok! Porto tutto io personalmente!" E se ne andò pensando che finalmente c'era una vera intenditrice.
Roger era rimasto a lungo sotto l'acqua della doccia, a riflettere. 
Per molti versi era contento di essere tornato al Goatleaf Lodge. 
Quel posto -strano a dirsi- era ormai diventato familiare per lui come se ci fosse nato. 
Però il suo fisico e il suo cuore risentivano degli avvenimenti delle settimane precedenti.
Scosse la testa, mentre si avvolgeva nell'accappatoio. Gli sembrava quasi di sentire la voce di Holly, con il suo solito tono sarcastico. 
Sapeva perfettamente cosa gli avrebbe detto se fosse stata lì... 
"Cuore?! Ah! Ah! Ah!..... Ma, Roger, tu non hai un cuore!..."
No, Holly si sbagliava. Non era possibile altrimenti... Lui *aveva* un cuore. Un cuore che si era spezzato, molto tempo prima... però, testardamente, caparbiamente, aveva continuato a battere.
Sì gettò sul letto e rimase a fissare il soffitto, immerso nel silenzio. 
Per quale motivo aveva combattuto tanto? Perché si ostinava ad andare avanti? 
Roger si chiese ancora una volta quale fosse la molla che lo spingeva a non mollare mai.
Chiuse gli occhi, amareggiato da quei pensieri. 
Possibile che, nonostante tutto, contro ogni logica, lui ancora nutrisse delle speranze?...
All'improvviso si rese conto che aveva davvero una fame da lupo!...
Rise tra sé e sé. Basta pensare a (per dirla con le parole di Oscar Wilde) *cose che non sono e dovrebbero essere*.
Si rivestì, indossando una camicia nera, senza mettere cravatta, e giacca e pantaloni grigio chiaro.
Doveva occuparsi di molte cose, e aveva perso fin troppo tempo dietro interrogativi senza risposta.
Adesso che era tornato ad Aurora, era il caso che riprendesse in mano le redini della situazione. Tanto per cominciare... Beh, tanto per cominciare avrebbe pranzato -era anche ora! Poi avrebbe potuto andare al Pub, a controllare che tutto fosse in ordine, dopo la sua assenza.
E per finire avrebbe contattato il detective privato a cui aveva dato incarico di seguire i movimenti di Amanda, in Europa. Sua moglie mancava ormai da troppi mesi, e Roger -per quanto non potesse dire di sentirne la mancanza- voleva scoprire cosa lei stesse macchinando.
Erano le tre del pomeriggio quando Jessica chiuse il libro dopo aver finito di studiare. Adesso doveva prepararsi perché doveva andare ad aiutare sua sorella: il ragazzo che l'aiutava di solito stava male e non poteva uscire di casa.
Indossò la sua tuta preferita, prese le chiavi della bici e con in braccio i suoi due cani Oscar e André uscì di casa.
Dopo aver sistemato i cani nel cestino, la ragazza salì sulla bici e via... destinazione: The Happy Island.
Jessie aveva la patente ma lei quando poteva preferiva andare con la bici perché amava troppo farsi accarezzare il viso dall'aria frizzante... Intorno a lei tutto era ricoperto di neve... un vero spettacolo per la ragazza, che amava
moltissimo la neve.
Finalmente arrivò. Si fermò e sistemò la bici chiudendola con il lucchetto; seguita dai suoi due cani entrò nella palestra. 
La palestra di Joey era calda e molto accogliente... Emanava una fortissima sensazione di calore e di benessere. Era composta da due piani. Al primo piano
c'erano gli spogliatoi e due sale: una per i corsi di ginnastica artistica e la seconda per gli allenamenti di calcio. Al secondo piano c'era un bar con una piccola terrazza e l'ufficio di Joey. La palestra era circondata da un vasto prato, bellissimo, con campo di calcio e di pallavolo...
Joey dopo averla salutata le fece presente che alcuni bambini erano già arrivati e stavano giocando a calcio. Jessie si avviò sempre insieme ai suoi due cagnolini e quando i bambini la videro, corsero subito verso di lei e felici accarezzarono Oscar e André. 
L'ora degli allenamenti passò veloce e dopo aver salutato i bambini Jessie salutò sua sorella e andò via. 
Joey sarebbe rimasta ancora un po'... Doveva riflettere su una cosa e non voleva che Jessie si preoccupasse nel vederla così pensierosa...!!!!
La sua sorellina capiva sempre quando qualcosa non andava in lei e lei glielo diceva sempre ma questa volta no... Non poteva dirlo. Stava al bar con i suoi pensieri e stava bevendo una limonata quando non avendo sentito la porta aprirsi si trovò davanti Kyle McBride...
"Che cosa vuoi?"
"La risposta..."
"Ci devo ancora pensare..."
"Il tempo è scaduto..."
"Sei peggio di tuo padre lo sai?"
"Lo so..." Rispose Kyle tutto soddisfatto per quel complimento..."Allora?"
Joey non rispose, non sapeva cosa rispondere e...non voleva rispondere... 
"Facciamo così allora. Ti do ancora una settimana di tempo per decidere ma poi dovrai darmi quella risposta o ne pagherai le conseguenze."
Così dicendo Kyle se ne andò lasciando Joey disperata... Dalla rabbia lanciò la lattina vuota contro il muro e sedendosi si prese i capelli tra le mani con fare disperato.
Come poteva Kyle chiedergli di fare una cosa simile? Perché proprio a lei? 
Chi poteva aiutarla?
Amava troppo la sua palestra ma se non avesse fatto quello che Kyle voleva...!!! Ma lei amava anche i bambini e se avesse accettato ci sarebbero andati di mezzo loro...!!!
Che fare allora? Chiudere la palestra o accettare la cosa?
Perché sua madre doveva innamorarsi proprio di Kevin McBride? O perché lei in Italia si era lasciata andare con lui?
Il mondo al di là del finestrino filava a velocità impressionante, e Lij cominciava seriamente a chiedersi se sarebbe riuscito ad arrivare tutto intero fino al suo appartamento. Il povero Sirio rannicchiato sotto le sue gambe sembrava avere lo stesso dubbio. Lo guardava emettendo un debole lamento ogni tanto. 
"Insomma vuoi far stare zitto quel cane?" 
Lij l'aveva squadrato da dietro con aria indispettita. 
Zitto? Ma se avevano rischiato di ammazzarsi pochi istanti prima!! E in quel momento il viaggio sembrava più calmo solo perché erano su una strada a scorrimento veloce e nessuno poteva attraversare in quel punto. 
Per loro fortuna. 
Le corsie erano divise da un guardrail che aveva l'aria di essere molto robusto. Ma probabilmente quello psicotico avrebbe potuto andare a schiantarcisi contro se gli veniva la fantasia. Con quel tipo alla guida tutto era probabile, constatò mentre sentiva un brivido freddo corrergli lungo la schiena. 
- Ti prego fammi arrivare vivo...- pensò invocando una qualunque protezione divina del cielo. 
Il sole continuava a splendere in cielo. 
- Davvero una bella giornata per morire...- rifletté con un sorriso. 
Il tassista lo vide sorridere dallo specchietto retrovisore. 
-Perché diavolo ride ora? Mah, i giovani d'oggi sono un po' matti...- 
Il viaggio dall'aeroporto alla zona dove si trovava il suo appartamento era breve quindi sarebbero arrivati di lì a poco visto anche il ritmo 'parecchio sostenuto' di marcia con cui procedevano. 
Ma se Lij sperava di arrivare senza rischiare l'infarto si sbagliava di grosso. 
Improvvisamente alle spalle del taxi era spuntata la sagoma di una macchina che pareva avere più fretta di loro. Man mano che si avvicinava Lij constatò che era una vettura sportiva. 
Grigio metallizzato, andava davvero troppo veloce per essere un'auto qualunque. 
Era una F50, un Ferrari. Bellissima ma decisamente troppo vicina a loro. E quel cavolo di tassista non si degnava di lasciargli strada nonostante quella avesse iniziato a lampeggiare con gli abbaglianti da parecchio lontano. 
"Ehm... scusi, non sarebbe il caso di farla passare...?" 
"Non se ne parla proprio, questi spacconi con le loro macchine super costose che si pensano di fare come pare e piace a loro, credono che tutti si spostino al loro arrivo! Io resto dove sono." 
Lij improvvisamente realizzò, notando da come il muso del Ferrari era praticamente attaccato al loro parafango posteriore, che stava seriamente correndo il rischio di ammazzarsi davvero questa volta. 
L'altro iniziò a suonare il clacson, ma quello sordo non si muoveva, allora esasperato si spostò improvvisamente a destra per passare. 
E cosa successe? Che anche loro fecero lo stesso movimento nello stesso istante, e d'un tratto Lij si sentì sbalzato da sinistra a destra bruscamente e forse sarebbe volato fuori se non avesse indossato le cinture di sicurezza mentre la macchina roteava su se stessa a causa di un violento controsterzo il paesaggio intorno a lui si confondeva come un quadro impressionista, per ritornare in corsia un momento prima di rischiare di centrare in pieno il guardrail. 
"Cazzo!" esclamò. 
"Che accidenti fai cretino!!!" sentì urlare il guidatore del Ferrari che era riuscito ad evitare l'impatto grazie a dei riflessi felini. 
Lij gli rivolse da attraverso il vetro uno sguardo disperato e l'altro lo fissò con l'aria interrogativa. 
"Vai al diavolo idiota!!" urlò il tassista. 
E il guidatore della F50, troppo felice per avere evitato di morire, capì che era inutile discutere e che se voleva continuare a vivere era meglio defilarsi. 
Invece che rispondergli, si limitò a rivolgergli un gesto decisamente poco cordiale con il dito medio, e premuto l'acceleratore filò via a velocità supersonica sparendo all'orizzonte. 
Lij tornò a respirare, guardando il matto alla guida con uno sguardo omicida. 
Sirio aveva messo il muso nello lo spazio sotto il sedile anteriore e l'unica cosa che si muoveva era la coda percossa da un tremolio continuo. 
-Se riesco ad arrivare vivo e questo psicopatico non si ammazza da solo prima, la prossima volta che lo becco lo uccido con le mie mani- pensò convinto. 
E finalmente la città apparve davanti ai loro occhi. La strada confluì in un restringimento della carreggiata e si ritrovarono su una lunga via alberata. Garden Road. 
C'erano parecchie persone che passeggiavano sui marciapiedi. E notò che miracolosamente avevano rallentato. Ora procedevano a velocità normale anche perché, come vide subito, c'erano alcune pattuglie della stradale ferme lungo
la strada. 
-Matto ma non fesso, eh?- pensò. 
Passarono accanto ad un parco. 
"Aurora Country Club" lesse su un'insegna. La zona sembrava davvero bella. Vide alcuni studenti passeggiare e conversare allegramente con i libri sotto braccio, sapeva che lì vicino c'era un'università. E provò un po' di nostalgia
per quel periodo della propria vita in cui anche lui era stato uno studente. 
Ma fu solo per un istante perché un altro ricordo si sovrappose a quello, turbandolo e costringendolo a pensare ad altro. 
Dopo un'ultima curva accostarono al civico 1002. 
Finalmente erano arrivati. Lij era troppo preso a "scappare" fuori da quel taxi, per fermarsi a riflettere che, visto che aveva rischiato di morire almeno un paio di volte in 15 minuti, forse non avrebbe dovuto pagargli la corsa ma
mollargli un pugno in faccia e farsi rimborsare per un probabile by-pass che avrebbe potuto mettere di lì a pochi anni visti i colpi subiti dalle proprie coronarie in quei pochi minuti di autentico terrore. Ma la voglia di sopravvivere ebbe il sopravvento e improvvisamente capì il motivo per il quale il guidatore del Ferrari si era defilato senza troppe proteste. Meglio la fuga!!! 
Pagò senza fiatare e si vide rivolgersi un sorriso inquietante. 
"Spero di rivederti presto ragazzo... mi sei simpatico!" 
-Oddio, pensa se gli ero antipatico!!- e rabbrividì. 
Chiuse la portiera, appena Sirio ebbe poggiato tutte e quattro le zampe traballanti a terra, e prese da sé le valigie. E l'altro appena chiuso il portabagagli, senza attendere oltre, ripartì di gran carriera. 
Elijah lo vide con sollievo allontanarsi. Il suo cane alzò le orecchie e ritornò a scodinzolare. 
"Ce l'abbiamo fatta amico mio! Siamo ancora vivi!" e si chinò ad accarezzarlo sorridendo. 
La palazzina era molto graziosa. Esternamente le pareti erano di mattone color terra bruciata e faceva parte di un complesso di più edifici circondati da ampi spazi verdi. 
All'entrata trovò ad accoglierlo una signora sulla sessantina dall'aria simpatica. 
"Buongiorno, sono la persona che ha preso in affitto l'appartamento al terzo piano, mi chiamo Elijah Wood." 
L'anziana gli sorrise amichevolmente. 
"Certamente, ti stavo aspettando! Vieni che ti mostro il tuo appartamento, così puoi posare le valigie e rilassarti un attimo, hai l'aria un po' sconvolta, sei sicuro di sentirti bene?" 
Lij sorrise, e ripensando al viaggio in macchina pensò che in quel momento si sentiva davvero bene!! 
Salirono con l'ascensore ed arrivarono alla porta d'ingresso. 
Appena entrato fu investito da una luce molto forte. La casa era posizionata in modo da essere illuminata quasi tutti il giorno. Era ampia e confortevole.
Dall'ingresso aveva notato un angolo cottura con una finestra aperta sulla parete che divideva la cucina dal salone che stava sulla parte opposta. 
"In fondo c'è la camera da letto, e alla sua destra il bagno, mentre qui abbiamo uno stanzino." 
Lij osservava compiaciuto. Era davvero carina. 
"È già arredata come puoi vedere." 
Già, era completa di tutto, non mancava nulla, neanche la tv. Gli piaceva proprio. 
Dopo che la signora se ne fu andata consegnandogli le chiavi, Lij poggiò temporaneamente i bagagli all'ingresso e si buttò sul letto. Le lenzuola emanavano un fresco odore di bucato. 
"Ahh... ho bisogno di riprendermi un attimo, mi sento tutti i muscoli contratti, sai che ti dico Sirio?" 
Il suo fedelissimo lo ascoltava impaziente. 
"Dopo andiamo a farci una corsetta, qui accanto c'è un bellissimo parco che dici?" 
E per tutta risposta ricevette un abbaiare felice. 
Poi si ricordò di quel tale che conosceva suo padre. Come si chiamava? 
Frugò nello zainetto e venne fuori un foglietto con sopra scritto un numero di telefono e un indirizzo. 
"Roger Thorpe, The Lighthouse in the Night, 536 North Lake Street" 
Suo padre aveva contattato quell'uomo che viveva lì ad Aurora ed era il proprietario di quel noto pub, chiedendogli se poteva dare una mano al figlio straniero in quella città e l'altro aveva acconsentito pensando che aveva
giusto bisogno di personale. 
- Benissimo, oggi mi faccio un giretto per questa zona. Dovrò iniziare a conoscerla visto che ci abiterò! E più tardi telefono a questo Thorpe e vedo se riesco ad incontrarlo subito, magari stasera stessa.- 
E su quest'ultima riflessione si appisolò. La stanchezza post 'viaggio da incubo' aveva preso il sopravvento. 
Si risvegliò dopo circa un'ora. Il suo stomaco gli stava facendo notare come si apprestava ormai l'ora del pranzo. 
Cercò nelle valigie la sua tuta da ginnastica e appena l'ebbe trovata si cambiò e chiavi in tasca uscì con Sirio al seguito. 
Appena fuori respirò a fondo e iniziò a trotterellare verso il parco. 
Dopo una mezz'ora di corsa si fermò ad un chiosco per comprarsi un panino.
Aveva decisamente fame. 
E lo mangiò seduto su una panchina mentre osservava il suo cane correre di qua e di là eccitatissimo. 
-Questo posto è davvero molto bello... chissà che effetto fa il sole al tramonto su queste foglie, la luce è ottima...- 
Guardando intorno a sé si pentì di non essersi portato dietro la macchina fotografica. Appena finito di dare l'ultimo morso decise di tornare a casa.
Aveva bisogno di una bella doccia calda. 
Richiamò con un fischio Sirio che giunse immediatamente e si avviarono verso casa. 
La sua nuova casa. 
Subito entrato lasciò dietro di sé la scia dei vestiti, biancheria inclusa, per terra e si infilò in doccia. 
L'acqua calda scorreva sulla sua pelle come una carezza dolcissima, era una sensazione fantastica. 
"Ahh, era proprio quello che ci voleva!" 
Appena uscito dal bagno si infilò un paio di boxer, si diede una prima asciugata ai capelli con l'asciugamano che aveva in testa e iniziò a dare una sistemata alle sue cose. 
Quando si avvide che Sirio gli girava intorno come uno squalo affamato si ricordò tutto d'un tratto che non gli aveva dato da mangiare. 
"Povero amico mio!! Ti ho lasciato digiuno! Perdono!" 
Ma si accorse che non aveva nulla da dargli così si vestì alla meno peggio, mettendosi un cappellino in testa per nascondere i capelli che non erano proprio messi in ordine e oltretutto erano ancora mezzi bagnati e uscì nella
speranza di trovare un negozio di animali, lasciando il suo cane in attesa del sospirato pasto. 
E fu fortunato perché appena uscito dal palazzo pochi metri più avanti dall'altra parte della strada trovò, giusto giusto un negozio di cibo per animali. 
Roger uscì dal Caprifoglio e alla guida della propria auto si diresse verso il centro della città. 
Quando aveva deciso di fermarsi ad Aurora, diversi mesi prima, aveva come sempre cercato il modo di lasciare il proprio marchio in quel luogo. Il nome di Thorpe, nel bene e -più spesso- nel male, era qualcosa che lui voleva fosse conosciuto da tutti.
Quindi aveva accettato una sfida. Aveva acquistato, a poco prezzo, un vecchio pub sul lungofiume, abbandonato da anni, lo aveva completamente ristrutturato, gli aveva dato un nuovo nome e in pochi mesi lo aveva trasformato in uno dei locali più alla moda della città. Il nome di quel pub, adesso, era 'The Lighthouse in the Night', il Faro nella Notte, e proprio un faro era dipinto sull'originalissima e caratteristica insegna del locale. 
Quel faro ricordava a Roger le proprie origini, dalle quali non poteva sfuggire, e la sua città natale, Springfield.
Arrivò che gli inservienti stavano terminando le pulizie, prima che il Faro aprisse al pubblico. Nichelle, la giovane donna che si occupava della gestione pratica del pub, visto che lui non poteva essere sempre presente ovunque, gli andò incontro e lo salutò sorridendo. 
"Roger! Bentornato!..." disse.
Lui fece un cenno con la testa e ricambiò il sorriso. "Ciao Chelley, tutto a posto?..."
Nichelle annuì. "Naturalmente!!... Ormai possiamo contare su una clientela affezionata!"
Roger si guardò attorno soddisfatto.
Aveva investito una discreta somma di denaro in quel piccolo progetto, ma ne era valsa la pena. Il Faro era un posto tranquillo, di classe, con una atmosfera tipicamente europea come di solito piace molto agli americani.
Illuminazione calda, arredamento confortevole, con uno stile che richiamava apertamente i classici pub irlandesi. E i colori predominanti, il tono marrone scuro del legno e il verde smeraldo della tappezzeria, accentuavano quella sensazione.
Ovviamente, Roger conosceva l'Irlanda, per esserci stato durante i suoi viaggi, ed era un Paese che gli piaceva molto. Paesaggi stupendi, natura rigogliosa e... splendide donne!
Proprio in quel momento il telefono del pub squillò e Nichelle rispose.
"Roger... è per te!" disse poi.
Lui prese la cornetta. "Pronto?..."
Dall'altra parte, una voce maschile, giovane ma molto sicura. "Il signor Thorpe?..."
"Sì, sono io. Con chi sto parlando?"
"Mi chiamo Elijah Wood. Mio padre dovrebbe averle parlato di me, signor Thorpe. Sono appena arrivato qui in città, e sono in cerca di una sistemazione. So che lei sta cercando personale per il suo pub, o sbaglio?"
Roger si ricordò di Eric Wood, una vecchia conoscenza, che lo aveva contattato qualche settimana prima per chiedergli il favore di aiutare suo figlio che aveva deciso di trasferirsi ad Aurora.
"Sì, in effetti... ci sarebbe qualcosa... ma preferirei parlarne di persona."
"Per me è okay. Quando possiamo incontrarci?" chiese Elijah.
"Anche stasera. Io resterò al Lighthouse per tutta la sera. Sa come arrivarci?"
"Non si preoccupi, saprò trovarlo!..."
Roger non poté fare a meno di sorridere sentendo il tono deciso con cui Elijah aveva risposto. "Perfetto! Allora, l'aspetto qui... diciamo tra tre quarti d'ora, va bene?"
"Va benone!... A dopo, signor Thorpe."
Roger chiuse la telefonata e guardò Nichelle. "Forse abbiamo trovato il nostro barman!..." le disse con uno sguardo d'intesa.
 
Kyle era appena entrato al Lighthouse. Non amava molto quel posto ma aveva iniziato a frequentarlo da quando aveva saputo che ci lavorava Jessica Bradford.
Non sapeva il perché ma a Kyle quella ragazza era riuscita ad entrargli nel cuore da quando l'aveva vista al matrimonio...: «Eccola!» pensò, e poi, ad alta voce: "Ciao Jessica."
Ma Jessie pur guardandolo preferì ignorarlo... Lei aveva capito di che pasta era fatto Kyle e non voleva avere niente a che fare con lui. "Tale padre, tale figlio" diceva sempre.
Kyle con lei non si arrabbiava e non sapeva il perché...!!! 
Decise di ordinare qualcosa e chiamò come sempre Jessie... "Voglio una birra, grazie. Come stai oggi sorellina?"
"Arrivo subito con la birra, ma non sono tua sorella!" Preferì precisare la ragazza e se ne andò per poi ritornare con la birra.
La gente stava iniziando ad affluire come ogni sera e anche i ballerini si stavano preparando. Ormai Joanne conosceva quasi tutti coloro che venivano nel locale per la notte e ciò le faceva piacere; si era creata una buona reputazione: il
Rebellion's House non era mai stato danneggiato da nessuna banda anche perché si era fatta amica con i gruppi quartiere. Era riuscita a creare ciò che voleva, un ambiente senza pregiudizi razziali...
A quel proposito, le venne in mente una frase di sua madre "Se non fossi nata qui, saresti sicuramente vissuta in un ghetto di negri e saresti stata incinta a 16 anni!!" 
Probabilmente per lei quella frase era un insulto, ma Jo sarebbe stata felice di vivere in un ghetto piuttosto che in una villetta dove tutto doveva essere perfetto.
Scacciò quei pensieri dalla testa, l'esibizione di danza stava per iniziare e così si avvicinò per vedere meglio Tony. Adorava guardarlo ballare... quel ragazzo aveva una vocazione per la danza e Jo sperava che un giorno qualcuno lo
avrebbe notato...
Jessica si stava prendendo una pausa. Il locale era pieno e come ogni sera c'era anche lui: Kyle McBride. L'aveva appena chiamata sorellina e non riusciva a digerirlo.
Lo stava ancora fissando e mentre lo faceva pensava a quanto fosse bello quel ragazzo peccato però che era così dannatamente falso... E sì, lei lo aveva capito... Kyle sapeva recitare molto bene ma con lei non aveva speranza.
«Peccato...» Pensò Jessie.
Stava ancora pensando a lui quando vide entrare sua sorella... Fece per salutarla quando la vide sedersi accanto a Kyle.
«Questa sì che è bella!» pensò Jessie «Per fortuna che Joey dice sempre di non sopportarlo!»
Jessie osservò da lontano la scena e avrebbe dato qualsiasi cosa per poter ascoltare cosa si dicevano.
Joey si rivolse a Kyle: "Posso sedermi? Dobbiamo parlare..."
"Se hai la risposta, sì, puoi sederti, altrimenti vai a quel paese." Rispose Kyle sotto voce.
Joey si era seduta e aveva incominciato a supplicare Kyle... "Ti prego Kyle non puoi farmi questo, non potete farmi questo..."
"Invece sì..."
Joey dalla rabbia avrebbe tanto voluto prenderlo a sberle ma non poteva, doveva mantenere il controllo.
"E va bene Kyle, avrai la mia risposta come stabilito."
"Bene."
Joey se ne andò con le lacrime agli occhi...!!!
Jessie vide Joey alzarsi arrabbiata e uscire dal locale come una furia.
«Che cosa sta succedendo? Cosa mi stai nascondendo sorellina?» pensò. Notò la faccia soddisfatta di Kyle e quello le faceva temere il peggio. 
Lij entrò nel locale e si guardò intorno. Davvero molto carino. In stile tipicamente Irlandese .Con tavoli di legno rustico ma non privi di una certa eleganza. Gli andava a genio .Gli ricordava le foto dei suoi nonni quando ancora vivevano in Irlanda .Suo padre gliele aveva mostrate quando era piccolo.
Verdi prati, lande incontaminate. Un posto bellissimo. 
Prima o poi ci sarebbe andato. Desiderava vedere il luogo d'origine dei suoi nonni, di cui tanto gli parlavano quando era bambino. Un paese pieno di storia e magia. Rivedeva davanti agli occhi quelle immagini. Un giorno avrebbe
fotografato quei luoghi, l'aveva promesso alla sua nonna. E poi ne valevano davvero la pena. 
Il pub era appena aperto ma già c'erano diverse persone ai tavoli e al bancone. 
Si portò la mano alla tasca dei pantaloni e ne tirò fuori un pacchetto di sigarette. 
Gli venne in mente sua madre che borbottava ogni qualvolta se ne accendeva una. 
Sorrise. 
Sua madre era una donna molto dolce ma alle volte un po' rompiscatole. 
Ma d'altronde era una mamma!! 
Aprì il pacchetto e ne sfilò una ma poi quando riandò a cercare l'accendino si accorse che non lo aveva con sé. Rimase con la sigaretta penzolante tra le labbra cercando con lo sguardo la possibile soluzione. 
-E ora? Devo trovare qualcuno che mi faccia accendere.- 
Guardò in direzione del bancone e vide seduto un ragazzo che aveva probabilmente all'incirca la sua stessa età. Si avvicinò e notò che la sedia accanto a questi era libera. 
Kyle osservava divertito la ragazza che faceva di tutto per non far incrociare i suoi occhi. Stava ancora pensando come poter fare con lei quando...:
"Scusami è occupata...?" 
"No, accomodati pure" 
Lij si sedette e osservò il suo vicino di posto. Aveva l'aria divertita. Notò che guardava la ragazza bionda che serviva ai tavoli. 
Carina. Decisamente carina. Aveva l'aria un po' ingenua. 
Poi gli si rivolse nuovamente. 
"Perdonami, hai per caso da accendere?" sfoderando un sorriso cordiale. 
"Sì, certo" 
E si vide passare un accendino. Accese la sigaretta e ringraziò. In quel momento passò una cameriera dai capelli scuri. Lij pensò che doveva farsi indicare chi fosse Roger Thorpe, visto che non aveva la più pallida idea di come fosse fatto. 
"Scusa, ho un appuntamento col Signor Thorpe, mi sapresti indicare dove posso trovarlo?" 
"Chi lo desidera?" 
"Il mio nome è Elijah Wood" 
In quello stesso istante avvertì come una presenza vagamente minacciosa alle proprie spalle. Una voce molto profonda gli sussurrò: "Non si fuma qui dentro!" 
Ops!! Beccato in pieno. Certo che come prima impressione non era proprio il massimo. Si voltò e si trovò di fronte un uomo sulla cinquantina vestito con un abito grigio che lo guardava con aria severa. 
"Il signor Thorpe....?"cercando di sorridere in quella maniera con cui solitamente si accattivava tutti, che questa volta però non gli riuscì particolarmente bene. Thorpe annuì guardandolo dall'alto in basso. 
-Ok ricominciamo tutto daccapo!- si disse mentalmente. Spense la sigaretta e si alzò porgendogli la mano. 
"Signor Wood, se vuole lavorare qui ricordi che ci sono delle regole che vanno rispettate, e mi aspetto che tutti vi si attengano scrupolosamente." 
Lij si accorse subito che quel Thorpe non era proprio un tipo tenero. - Mah! Speriamo bene...-pensò. 
"Ovviamente, signor Thorpe" annuendo. 
"Qui al locale siamo momentaneamente sprovvisti di un barman. Lei ha dimestichezza nella preparazione di bevande ... alcoliche e non?" 
Lij sorrise. Naturale che aveva quel tipo di esperienza visto che aveva cominciato a bere praticamente in fasce!! Per modo di dire ovviamente. 
Ma amava l'alcool e in passato con i suoi amici a Cedar Rapids si era spesso dilettato nella preparazione di cocktail speciali. Riscuotendo un notevole successo. 
"Direi che me la cavo abbastanza bene." 
Roger annuì "Ottimo, allora mi dia una dimostrazione pratica della sua abilità." 
"Non c'è problema" e si avviò dietro il bancone cercando gli ingredienti utili al suo scopo. 
Cercò nello scaffale dietro una bottiglia di Rum. Trovatala ne versò una discreta quantità nello shaker aggiungendo del ghiaccio, ora occorreva dello sciroppo. 
Si avvicinò alla ragazza dalla pelle scura che gli era accanto. 
"Dove trovo dello sciroppo di frutta? E anche del limone, grazie." 
Nichelle aprì il frigo sotto il bancone e prese quello che le era stato appena chiesto, porgendoglielo. 
Lij con tutti gli ingredienti in mano poté continuare la preparazione del suo Daisy. 
Shekerò il tutto e lo versò in una coppa da spumante con l'aggiunta di un po' di seltz. 
Dopodiché lo porse a Thorpe con naturalezza. E questa volta il suo sorriso accattivante gli riuscì decisamente meglio. 
Roger ne bevve un sorso, gustandolo. 
Dall'espressione del viso si sarebbe detto più che soddisfatto. 
Sollevò un sopracciglio e sorrise. "Niente male, davvero. Direi che ha superato l'esame. Si consideri in prova per una settimana. Può cominciare da domani. Mi raccomando la puntualità, qui alle 19:30 intesi? Ci accorderemo in seguito per il suo compenso." 
Elijah trasse un profondo respiro. Aveva trovato un lavoro, e ora ,visto che il datore non sembrava dei più 'morbidi' bisognava che non commettesse sciocchezze. Doveva guadagnare se voleva realizzare il suo sogno. 

FINE PRIMA PUNTATA