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TERZA
PUNTATA
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Aveva
dormito poco, quella notte, e aveva fatto un sogno confuso, dove volti
di persone del suo passato e del suo presente si mescolavano.
Non riusciva a dare un nome a quella strana inquietudine. Così
aveva lasciato il letto molto prima dell'alba, si era sbarbato, si era
vestito e aveva attraversato la casa immersa nel silenzio.
Persino i domestici dormivano ancora.
In cucina, Roger si preparò da solo il caffè, e rimase
a sorseggiarne una tazza, guardando fuori dalla finestra il primo sole
del mattino che timidamente faceva capolino oltre la linea dell'orizzonte.
Il cielo era in gran parte libero dalle nubi e si cominciava quasi a
sentire la Primavera nell'aria, sebbene lui sapesse che nel Midwest
gli Inverni non si arrendevano mai con facilità alla bella stagione.
Chiuse gli occhi e ricordò la voce di suo padre, molti anni prima,
quando lui era ragazzo e aveva già molte ambizioni.
"Questa è la terra delle verdi praterie, dei grandi laghi,
delle città laboriose... Qui c'è tutto quello che un uomo
può desiderare per costruire il proprio futuro!"
Ma al giovane Roger quelle cose non erano sembrate sufficienti. Lui
voleva di più. Aveva sempre voluto di più.
Anche per questo motivo, ma non soltanto per questo, i rapporti con
suo padre erano andati via via deteriorandosi.
Incomprensioni, incomunicabilità... Amore, odio...
Ora suo padre era vecchio, ma non si parlavano da anni. Aveva notizie
di lui, saltuariamente, per vie traverse. Sua figlia Blake era sempre
in contatto con il nonno, che viveva a Chicago, e Roger sapeva che il
vecchio Adam Thorpe, nonostante l'età avanzata era ancora in
gamba.
Con una smorfia di nervosismo sul volto si staccò dalla finestra
e da quei pensieri. Lui e suo padre erano troppo diversi.
Non poteva cambiare il passato. Oh, aveva provato!!... E aveva sempre
fallito. Quindi, era perfettamente inutile continuare a pensare a cosa
avrebbe potuto essere. Quel vuoto sarebbe stato sempre dentro di lui,
ormai era rassegnato. Ma permettere a quei pensieri di torturarlo era
una cosa che lui non voleva assolutamente.
Aveva del lavoro da fare, e anche molte altre cose di cui occuparsi.
Poteva senza dubbio impiegare meglio il suo tempo.
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Jo aveva
dormito pochissimo, il comportamento di Tony l'aveva irritata e non
sarebbe stata tranquilla fino a che non avesse risolto il problema...si
mise dalla finestra ad osservare il panorama in attesa del rientro
del suo 'convivente'. Non dovette aspettare molto e quando sentì
la porta aprirsi si diresse verso l'ingresso...
"Ciao! Come va?"
"Bene e tu? Divertito ieri sera? E' stata una bella serata non
ti pare?"
"Senti scusa se non ti ho avvertito prima ma ho chiesto agli
altri se riuscivano a cavarsela anche senza di me e la risposta è
stata affermativa.."
"Gli altri... ti risulta che "gli altri" siano i proprietari
del locale?"
"No ma tu eri sul palco e se avessero avuto bisogno di aiuto
me lo avrebbero detto!" Aveva sperato fino a quel momento che
Jo non si fosse arrabbiata ma purtroppo i suoi sogni di gloria erano
stati infranti...
"Tony sono io che dirigo il locale e sono io che decido se c'è
bisogno o meno di qualcuno! Gli altri non hanno voce in capitolo!
Non potevi aspettare che finissi una canzone? Sai benissimo che mi
sarei fermata e ti avrei ascoltato... oppure avevi così tanta
voglia di scoparti la tua amichetta che non potevi aspettare?!"
Jo stava iniziando ad arrabbiarsi molto...più che altro le
dava fastidio essere considerata poco o niente...
"Ah, ecco! Ci siamo arrivati! Sei gelosa! Guarda che la nostra
situazione è stata voluta da entrambi ed era chiara...almeno
fino a ieri...."
"Io non sono gelosa! Te l'ho già detto ieri! Per me puoi
farti tutte le donne di questa città!"
"Vorrei vedere se davvero lo facessi quale sarebbe la tua reazione....avanti
smettila di negare l'evidenza! Non posso credere che tu stia facendo
una scenata solo perché sono andato via senza consultarti..."
"E invece devi crederci perché il tuo comportamento mi
ha dato veramente fastidio..."
"Così non si può continuare..."
"Hai ragione. Infatti sei licenziato e già che ci sei,
cercati un'altra sistemazione perché entro stasera ti voglio
fuori di qua."
"Stai scherzando vero?" Non poteva credere alle sue orecchie...non
voleva credere a quello che Jo stava dicendo...
"Mai stata più seria. E spero di essere stata chiara.
Ti voglio fuori di qua entro stasera." Non sapeva neanche lei
perché lo stava facendo ma era talmente arrabbiata che non
voleva riflettere sui motivi delle sue azioni.... prese le chiavi
della macchina e uscì, lasciando Tony nell'incredulità....
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Aveva
posato la tazza sul tavolo quando Harriet entrò in cucina.
Le ci volle solo un momento per capire che aria tirava, e lo squadrò
con uno sguardo a metà tra lo scandalizzato il rimprovero.
"Signor Roger!!!" disse. "Lei ha fatto il caffè!!!"
E aveva parlato come se lui avesse commesso qualcosa di altamente
riprovevole. Roger non poté fare a meno di sorridere, dimenticando
per qualche istante il cattivo umore. Aveva fatto delle cose *molto*
riprovevoli, nella sua vita, e nessuno aveva mai usato quel tono con
lui.
"Sono perfettamente in grado di prepararmi il caffè, cara
Harriet!" Le rispose, in tono leggero. "Per la verità,
so fare molte cose, che lei ci creda o meno. So anche cucinare, sa?..."
Harriet, rigida, non ammorbidì il suo sguardo di disapprovazione.
"Ci mancherebbe altro!... Meglio che non lo dica alla povera
Kay. Ci resterebbe tanto male che le farebbe mangiare purè
con i grumi e tacchino bruciato per almeno sei settimane!!!..."
"Allora, sarà meglio che le mie doti culinarie rimangano
un segreto fra me e lei!" esclamò Thorpe, strizzando un
occhio a Harriet.
Il fascino di Roger su qualunque creatura di sesso femminile, di qualsiasi
età, non mancò il bersaglio, e anche la vecchia Harriet
smise di fare il broncio.
In quel momento squillò il telefono e lei si precipitò
sull'apparecchio della cucina, con un'agilità straordinaria
per la sua età (e i suoi reumatismi). Meglio non correre rischi,
visto che Justin non era ancora in circolazione, casomai al signor
Roger fosse saltato in mente di rispondere ANCHE al telefono, come
una persona qualunque!!!...
"Pronto, qui Casa Thorpe..." rispose.
Il tono di voce e l'espressione di Harriet cambiarono quando riconobbe
la persona che aveva chiamato.
Roger colse alcuni frammenti della conversazione, visto che Harriet
stava quasi urlando per farsi sentire dal suo interlocutore.
"OK........ Ok hai ragione......... debbo venire... no, no, non
venire tu, non ti scomodare cara." Un'altra pausa e poi continuò:
"Non ci sono problemi, cara! Mai stata meglio di così,
dopo i 35 anni. No, grazie............. ti prego, appena ho la possibilità
di avere un autista o un taxi, vengo da te."
Quando la telefonata terminò, Roger andò vicino alla
donna. "Se ha bisogno dell'autista, non deve farsi scrupolo.
Sa bene che è a sua disposizione, quando vuole! Io in fondo,
uso quasi sempre la mia macchina... quindi... Mi raccomando, se vuole
andare a trovare degli amici, dei parenti... Non deve neanche chiederlo!"
Poi Roger si diresse alla porta. "A questo proposito, credo che
uscirò, adesso. Più tardi ho degli appuntamenti, non
mi aspetti a pranzo! Ci vediamo questa sera, Harriet!" E andò
via.
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Non poteva
essere vero! Senza lavoro e casa in meno di un minuto!
Non poteva credere che Joanne avesse parlato sul serio, forse era
tutto dovuto all'incazzatura... più tardi sarebbe andato a
chiarire la situazione. Lui aveva sbagliato ma non meritava di certo
il licenziamento e lo sfratto!!! Ma soprattutto, voleva bene a Joanne
e non poteva far finire la loro amicizia in quel modo; anche se non
fossero più andati a letto insieme, aveva bisogno di lei.....
ed era sicuro che anche lei aveva bisogno di lui...
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Jo arrivò
al Rebellion's House in pochissimo tempo, aveva corso un pochino con
la macchina... era veramente nervosa e aveva cercato (senza riuscirci)
di scaricare la sua rabbia sull'acceleratore.
Decise di aprire il locale per l'ora di pranzo, se la sarebbe cavata
anche da sola... tanto si trattava solo di un paio d'ore d'anticipo...
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Roger
si era ritrovato per caso davanti al Rebellion's House. Guardò
l'orologio e pensò che aveva del tempo libero prima dell'appuntamento
con Leo. Era sorpreso di trovarlo aperto a quell'ora e, spinto dalla
curiosità decise di entrare. Vide che non c'erano altri clienti
e la sola persona presente era la ragazza che il giorno prima lo aveva
urtato.
"Il locale è aperto, oppure si trova anche lei qui solo
per caso?" chiese Roger con una smorfia che avrebbe dovuto essere
un mezzo sorriso. Ma non era del suo umore normale.
Jo alzò lo sguardo e vide uno dei due farfalloni del giorno
prima, fortunatamente quello più distinto... "Mah veda
un po'... secondo lei qui che sto facendo? Un centrino all'uncinetto?
Certo che il locale è aperto, altrimenti la porta sarebbe stata
chiusa!" Si accorse immediatamente di essere stata veramente
acida con un cliente e si affrettò ad aggiungere "Scusi
non volevo, oggi la giornata è iniziata male e non volevo essere
maleducata intenzionalmente... gradisce qualcosa?"
Questa volta il sorriso di Roger fu più spontaneo. Quella ragazza
era davvero particolare. "Sì grazie. Vorrei mangiare qualcosa
e bere una delle sue ottime birre!" Si sedette ad un tavolo.
"Spero che un tramezzino le vada bene... per quanto riguarda
la birra, non si sente solo a berla senza il suo fedele compare?"
Roger esitò. Aveva bevuto molto spesso da solo, in passato.
Ma non aveva voglia di star solo quel giorno. "Visto che non
ci sono altri clienti per il momento... potrebbe sedersi qui e bere
qualcosa anche lei, con me. Ho l'impressione che la sua giornata non
sia cominciata meglio della mia!..."
E in effetti Jo aveva notato che l'espressione dell'uomo non era di
gran lunga migliore della sua.. prese la sua ordinazione ed un bicchier
d'acqua per lei e decise di sedersi al tavolo, così avrebbe
anche capito come si sarebbe dovuta comportare nei suoi confronti...
"La accontenterò, con la sola differenza che berrò
un bicchiere d'acqua dato che, con il mio umore, se iniziassi a bere
qualcosa di alcolico non so se riuscirei a smettere... come mai si
trova di nuovo qua? Non l'avevo mai vista prima... e di solito conosco
quasi tutte le persone che frequentano il mio locale..."
"In effetti... è stato il caso a condurmi qui, oggi. Ma
conoscevo già il locale, è molto famoso. Per questo
avevo dato appuntamento qui al mio amico, l'altro giorno." Roger
tese la mano. "Mi sembra giusto presentarci. Mi chiamo Roger
Thorpe. Quindi lei è la proprietaria di questo locale?..."
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Roger
Thorpe.... Joanne capì che quell'uomo era il proprietario del
Lighthouse, un locale diverso dal suo e altrettanto popolare... "Mi
chiamo Joanne Allard e sì sono la proprietaria. E lei se non
sbaglio possiede il Lighthouse..."
"Joanne.... è un bel nome!..." Roger prese il boccale
di birra e ne gustò un sorso. "Battagliera come Giovanna
D'Arco?..." C'era qualcosa che brillava selvaggio negli occhi
di lei.
"Beh... ho cercato solo di ottenere ciò che volevo...e
non senza fatica, alla fine ci sono riuscita..."
Non si era sbagliato, pensò Roger. C'era una ferrea volontà
dietro quella ragazza, nonostante la giovane età. Si guardò
intorno. "Può essere fiera di sé stessa."
Per certi versi, Joanne ricordava a Roger sé stesso, quando
aveva la sua età. Anche lui aveva investito tutte le sue energie
in un locale; si chiamava 'Metro', e lo aveva fatto perché
voleva diventare qualcuno, essere indipendente e dimostrare a suo
padre che non era un buono a nulla. Ma poi le cose avevano cominciato
ad andare male.
Ah!!!! Ci era ricascato. Ancora quei ricordi. Basta! Una ruga solcò
la sua fronte e i suoi occhi divennero due pozze scure nel volto.
Doveva riuscire a cancellare il passato, Holly e suo padre, dalla
sua mente e dal suo cuore.
Joanne vide che Roger sembrò perdersi nei suoi pensieri e cercò
di rianimare un po' la conversazione... "Ho saputo che viaggia
molto... Di dov'è originario esattamente?"
Lui esitò impercettibilmente. "Sono nato a Springfield,
qui nell'Illinois. Non so se conosce la città... dista circa
tre ore da qui. E lei, invece? Il suo accento..... è Australiana,
vero?"
Dopo tre anni in America pensava di aver mascherato il suo accento
ma evidentemente per alcuni non era abbastanza... "Ha indovinato,
mio padre è australiano mentre mia madre è del Massachusetts.."
Madre... a volte le faceva impressione chiamarla ancora così
perché ormai non la considerava più tale..."Comunque
anche il suo locale va molto bene e, da come mi è stato riferito,
è molto bello..."
Roger vide un'ombra fugace scorrere sul volto della ragazza bruna,
ma non fece nessun commento. Erano poco più che estranei. "Il
Lighthouse..." disse rispondendo alla domanda di lei "è
certo molto diverso dal Rebellion's House. Quando mi venne l'idea...
Beh, non nego che ci sia stata una certa nota nostalgica... pensavo
alla mia città natale, Springfield appunto, e al faro che vedevo
da casa mia, quando ero ragazzo. Ma lei, invece, ha così tanta
voglia di ribellione?"
Jo accennò un sorriso, il primo di quella giornata..."Tutta
la mia vita è stata una ribellione e perciò mi sembrava
il nome più adatto." Non amava parlare molto della sua
storia, soprattutto con chi non conosceva...
Anche Roger sorrise. "Lo sa? E' strano!!! Anche la mia vita è
stata una ribellione!! Per certi versi, sono ancora un ribelle. Abbiamo
qualcosa in comune..."
"Oltre alla passione per la birra..." si girò e vide
che stavano arrivando alcuni ragazzi, li conosceva e vedeva già
dalle loro facce che non si aspettavano l'apertura anticipata... si
volse verso Roger "Il lavoro mi chiama, mi ha fatto piacere parlare
con lei..."
"Il piacere è stato mio!" Roger fece un cenno di
saluto con il capo e rimase ad osservare la ragazza che ritornava
al suo lavoro.
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Nella
sua stanza d'albergo, Leo stava ricontrollando dei documenti, quando
qualcuno bussò alla porta.
"Fattorino. Ho una consegna per lei."
Leo aprì e il ragazzo gli consegnò una busta di carta
color avorio. Diede una mancia al fattorino e richiuse la porta, chiedendosi
chi potesse avergli mandato quel plico.
Solo Roger sapeva che alloggiava al Comfort Inn, ma mandare buste
color avorio non era nello stile di Thorpe!...
Aprì la busta e ne trasse una lettera, scritta a mano da una
calligrafia femminile terribilmente accurata.
Mentre la leggeva, l'espressione di Leo si riempì di sorpresa.
Rilesse tre volte la firma in calce al foglio e corrugò la
fronte. Nella lettera c'era indicato un numero di cellulare. Leo prese
il telefono e compose quel numero. Rispose una voce di donna che Leo
non avrebbe dimenticato facilmente.
"Ho ricevuto il suo messaggio. Per quale motivo dovremmo incontrarci?..."
chiese.
Parlarono per qualche minuto, poi Leo concluse dicendo: "Va bene,
ci vediamo tra mezz'ora."
Rimase pensieroso per qualche istante, la mano ancora serrata sulla
cornetta.
Avrebbe dovuto essere prudente, ma la curiosità era troppo
grande.
Prese il soprabito e uscì dalla stanza.
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Roger
entrò nella hall dell'albergo e si diresse alla reception.
"Per favore, la camera del signor Flynn. Mi sta aspettando. Sono
Roger Thorpe" disse.
L'impiegato della reception lo guardò un po' stupito.
"Ma... veramente, il signor Flynn è uscito dieci minuti
fa..."
Roger sollevò un sopracciglio, vivamente sorpreso. "Cosa?...
È proprio sicuro?..."
L'altro annuì. "Guardi qui... ha anche lasciato la chiave
della sua stanza" confermò, mostrando una chiave attaccata
a un enorme portachiavi sul quale spiccava il numero della camera:
27.
Dopo qualche attimo di silenzio, durante il quale la sua mente aveva
già fatto parecchie congetture, Roger fece un cenno col capo.
"Grazie" disse meccanicamente.
Rimase a giocherellare distrattamente con dei fogli di carta posati
sul banco della reception, sempre soprappensiero.
L'impiegato lo fissò con cortese distacco. "Vuole lasciare
un messaggio?"
"Mhmm... No... No, non è necessario. Arrivederci."
Fece qualche passo verso l'uscita, ma mentre l'impiegato veniva distratto
da altri clienti, fece un rapido dietrofront, e si infilò nel
corridoio che portava alle camere.
Il Comfort Inn era un albergo non molto grande, su due piani, e per
quanto dotato di parecchi comfort moderni, in omaggio al nome, aveva
ancora qualcosa di tradizionale.
Le chiavi per esempio, che non erano le moderne chiavi elettroniche...
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Doveva
per forza essere accaduto qualcosa. Lui e il suo vecchio amico avevano
un appuntamento, lì in albergo, ed era difficile credere che
Leo se ne fosse dimenticato con tanta facilità.
Quindi, doveva essere avvenuto un imprevisto, qualcosa che aveva cambiato
i piani dell'avvocato.
Ma cosa?...
Roger non era Roger se non avesse fatto qualcosa per scoprirlo.
Anche per questo aveva finto di giocherellare con quei fogli di carta.
In realtà, si era impadronito di una piccola graffetta metallica
che era agganciata a quelle pagine.
Camminando con fare sicuro, e aria assolutamente rilassata, come se
fosse un cliente dell'albergo che rientrava nella propria stanza,
Roger cercò la camera numero 27.
La trovò abbastanza facilmente. Si guardò attorno, ma
il corridoio era deserto. Controllò che non ci fossero telecamere
della sicurezza, e poi trasse dalla tasca la graffetta metallica e
un piccolo coltellino multiuso. La graffetta, opportunamente manipolata,
divenne un piccolo pezzo di fil di ferro.
Quello era un trucchetto che aveva imparato quando non era neanche
maggiorenne. Un autentico gioco da bambini!...
Ci mise solo una manciata di secondi a far scattare la serratura.
La porta si aprì e Roger scivolò dentro la stanza.
Ora doveva solo sperare di trovare un indizio sul perché Leo
avesse deciso di uscire all'improvviso, nonostante avessero un appuntamento.
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Non
aveva dovuto lavorare molto. Leo non era mai stato un tipo complicato.
E non aveva pensato o non aveva avuto il tempo, di riporre la lettera.
Roger la trovò in bella vista sopra il letto, dove Leo l'aveva
lasciata cadere prima di uscire.
La prese in mano e la lesse.
Lo sguardo gli si indurì. Era una cosa che avrebbe dovuto prevedere.
Aveva sottovalutato quella donna!!...
E invece lei aveva fatto proprio la cosa più ovvia.
Su Roger i suoi trucchi non avrebbero mai funzionato e lei lo aveva
capito. Così aveva rivolto le sue attenzioni all'anello debole:
Leo Flynn.
Roger serrò la mascella nervosamente, mentre le dita della
mano sinistra gli si flettevano e poi si richiudevano a pugno.
Ripose la lettera dove l'aveva trovata.
Ormai non aveva altro da fare in quella stanza.
Socchiuse l'uscio, e dopo essersi accertato che nessuno lo vedesse,
lo oltrepassò, richiudendolo poi dietro di sé.
Senza fretta, raggiunse una delle uscite laterali, che davano sul
giardino, per non passare nuovamente davanti alla reception. Salì
in macchina e ritornò verso il centro della città.
In quel momento stava cercando di dominare la collera. E stava cercando
di dimenticare la firma che aveva letto su quella lettera: Mabel Grahn!...
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Era appena
tornato dal lavoro. Era stata una serata abbastanza tranquilla. O
quasi....
Quella sera il suo datore non si era fatto vedere al contrario di
Nichelle che aveva fatto di tutto per far notare la propria presenza.
A lui ovviamente.
Era vestita in modo sexy e provocante e stava decisamente bene. Un
piacere per gli occhi con quella pelle liscia, lo sguardo scuro e
malizioso. Ma probabilmente era rimasta delusa dal fatto che lui fosse
ritornato da solo a casa senza invitarla. Dopo il giro in moto della
sera prima si aspettava forse un invito galante, ma Lij si sentiva
un po' stanco e non aveva avuto voglia di incontri 'ravvicinati'.
Anche dopo che lei si era intrufolata nel bagno degli uomini e gli
era saltata addosso. Si stava lavando le mani e improvvisamente aveva
avvertito una bocca sfiorare il suo orecchio. Si era voltato e lei
gli aveva passato le braccia intorno al collo fissandolo con uno sguardo
che lasciava poco spazio all'immaginazione. Gli era venuto istintivo
avvicinarsela ancora di più e con il viso attaccato a quello
di lei le aveva sussurrato: "Tesoro... non vorrei dirtelo, ma
credo tu abbia sbagliato bagno, questo è per i maschietti..."
e sorridendole le aveva sfiorato le labbra con un bacio.
Poi era uscito lasciandola come un baccalà, in piedi e con
le guance arrossate. E giusto perché ci provava gusto a stuzzicarla.
Si infiammava con facilità e questo a lui divertiva molto.
Anche se avrebbe voluto volentieri esplorare sotto quei pochi pezzi
di stoffa che aveva addosso. Ma si sentiva spossato. Forse un po'
d'influenza. In ogni caso aveva bisogno di riposare. E con Nichelle
in casa non sarebbe stato possibile.
Era quindi uscito solo dal locale e passandole accanto l'aveva salutata.
Ma lei, per tutta risposta l'aveva fulminato con lo sguardo.
Ora se ne stava sdraiato sul letto e fissava il soffitto. La sveglia
sul comodino segnava le due in punto.
«Va a finire che penserà che sono gay!» pensò
sorridendo.
Quel giorno aveva sistemato casa a forse proprio per quello si sentiva
un stanco. Aveva spostato alcuni mobili e svuotato le valigie. Aveva
fatto la spesa e anche lavato alcune cose.
«Sono un perfetto casalingo!» si disse tra sé e
sé. Poi chiuse e gli occhi e sprofondò in un sonno ristoratore.
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Roger
era rientrato molto tardi. Aveva anche saltato l'orario di cena, mancando
alla sua parola (una volta di più nella sua vita!...) con Harriet.
Si era chiuso in biblioteca e si era versato uno Scotch.
Per un bel pezzo era rimasto da solo, a riflettere, su molte cose.
In particolare, riflettere su quali contromosse prendere contro Mabel
Grahn.
Dalla parete, sopra il grande camino, il ritratto di sua moglie Amanda
sembrava fissarlo, beffardo.
Non sopportava quella sensazione.
Finì di bere il suo Scotch e uscì dalla biblioteca,
chiudendo la porta dietro di sé - forse con più forza
di quanto non fosse effettivamente necessario...
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«Ma
che strano -pensò Roger- Harriet che urla ancora al telefono...»
si mise ad ascoltare un po' nascosto, anche se avrebbe avuto qualcosa
di più urgente da fare.....
".. quando avrò la possibilità verrò io,
ti ripeto sto bene, non mi manca nulla.... Virgie, appena posso, vengo
io a trovarti a casa, ok ora ti lascio, a presto Virgie!!!" Sospiro
di sollivo.
Roger entrò nel campo visivo di Harriet, un lieve sorriso negli
occhi scuri.
"Ah............signor Roger, era mia cugina. Vorrei sapere come
ha fatto ad avere questo numero!!!"
Lui, appoggiato alla porta, sorrideva divertito.
"Harriet, mi sono permesso ...di far mettere il suo nome sull'elenco...
Ho fatto male forse? Possiede anche una diramazione in camera sua,
per la sua privacy..."
"Signor Roger," disse Harriett, "non ho più
parole: non ho capito cosa fosse *quell'ordigno* in camera mia...
l'interfono per la cuoca era più che ......"
"No!" disse Roger. "Mrs Kay è una brava donna,
ma se lei ha qualche idea sui fornitori... o come dire?.. lei notasse
qualcosa di cui io dovrei essere informato, me lo dica in privato
senza problemi. È utile anche per me, mi creda. Sarei più
tranquillo. Possiamo andare nella sua stanza? Le spiego come funziona
*l'ordigno*. Le garantisco che non esploderà!..."
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Stanza
di Harriet.
"Prima di tutto, prenda questo numero di cellulare, lo conosce
solo un mio amico ed ora lei... Mi capisce?"
"Oho," dice Harriet, "top secret, immagino, lo userò
solo per casi estremi."
"Mrs Harriet?, sia che io sia vicino o lontano, se mi deve chiamare,
non dica mai *Signor Roger*, ma solo un *Hallo...*! La sua voce è
unica."
Spiegare ad una donna di ottanta e passa anni il funzionamento di cellulare
satellitare era un po' lungo, e forse neppure giusto.
Così, fatta una bella spiegazione sul telefono *ordigno* intestato
ad H. Foxley, Roger si accorse che lei aveva stenografato tutto, meglio
di una delle donne della CIA.
Ammirabile, e pure utile, in caso; ormai nessuno sotto i sessant'anni
usa più la stenografia..
"Quindi" disse, sorridendo, "Harriet, usi il suo ordigno
quando e quanto vuole, chiami sua cugina, la rassicuri..."
"Signor Roger, lei non conosce Virgie, molto meglio che io vada
da lei! Ma ancora non ho capito come ringraziarla... se mai potrò."
Roger la guardò per un lungo attimo, e sembrava pensieroso, forse
triste. "Mi sia un'amica fedele anche quando non condividerà
le mie scelte. E mi auguri sempre buona fortuna!... Buonanotte, Harriet."
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FINE
TERZA PUNTATA
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