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QUARTA
PUNTATA
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Ore
10 del mattino, orario della Costa Ovest.
Stesa
sul lettino dello studio della sua ginecologa, Melody si sforzava
di mantenersi calma. Ma era molto eccitata all'idea che presto avrebbe
potuto vedere sul monitor dell'apparecchio ecografico, l'immagine
(anche se certo molto nebulosa!) del suo bambino.
Ormai era vicina al quinto mese di gravidanza. Sembrava quasi che
il tempo stesse volando.
La dottoressa e una infermiera entrarono nella stanza.
"Allora, direi che possiamo anche cominciare!" disse il
medico con un sorriso.
Melody annuì, gli occhi che brillavano.
"So che questo è il suo primo figlio... Immagino che provi
molta gioia al pensiero di diventare mamma." continuò
la dottoressa.
"Sì, è vero" ammise Melody con un sorriso
allegro. "È stato un evento inaspettato. Non avevo mai
pensato ad avere dei figli, prima. Ma è successo, e sono...
sono molto felice!"
"Bene. Perché l'umore della mamma è una cosa positiva
anche per il bambino che porta in grembo."
Mentre diceva queste cose, la dottoressa stava scrivendo qualcosa
su alcuni fogli. L'infermiera invece si avvicinò a Melody e
le spalmò sull'addome nudo uno strato di olio misto a gelatina.
Quindi la dottoressa si avvicinò e prese in mano il trasduttore
e lo appoggiò delicatamente sopra l'addome di Melody, facendolo
scorrere lentamente avanti e indietro.
Sei paia di occhi si puntarono sul monitor della macchina. E le prime
immagini cominciarono a mostrarsi.
Gli occhi di Melody divennero lucidi e si spalancarono. "Com'è...
piccolo!..." mormorò. "È bellissimo!..."
L'infermiera sfiorò la mano di Melody, con dolcezza. Riusciva
a capire bene quello che provava perché aveva dei figli anche
lei. E poi aveva visto moltissime mamme avvicendarsi in quello studio,
e ogni volta la reazione era la stessa: riuscivano a trovare bellissima
a vedersi una forma indistinta, in bianco e nero, che si muoveva sullo
schermo. Ma era commovente, vedere l'espressione dolce ed eccitata
che si disegnava sui loro volti. E Melody non era diversa dalle altre.
"Mi sembra che tutto sia a posto" disse la dottoressa. "La
gravidanza procede senza nessun problema. Sono molto soddisfatta."
Le sorrise. "Dalla lunghezza del feto, cioè dallo stadio
di sviluppo, direi che dovrebbe nascere intorno alla metà di
Agosto."
Melody trattenne il respiro, felice.
Lei sentiva di amare già moltissimo quel bambino. Così
come aveva amato disperatamente... Anzi: così come amava ancora
disperatamente il padre di suo figlio.
E Roger... Roger non sapeva nulla di questo bambino. Provò
una fitta al cuore, e il desiderio di telefonargli, di sentire ancora
la sua voce. Il desiderio di dirgli la verità. Ma aveva paura.
Aveva troppa paura. Quando avevano litigato... Quando Roger l'aveva
mandata via, scacciandola dalla sua vita, lei aveva sofferto terribilmente.
Ma non per questo aveva smesso di amarlo. Però... Lui ora la
odiava. Lei lo sapeva, lo aveva letto nello sguardo terribile di lui.
Se Roger avesse scoperto che lei stava aspettando un figlio da lui...
Avrebbe anche potuto cercare di portarglielo via!...
E Melody questo non poteva sopportarlo. Sarebbe morta, piuttosto che
essere separata dal suo bambino.
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Era
tornata da poco a casa...quella sera aveva chiuso tardi, anche perché
aveva parlato per un bel po' con Tony...
Verso la fine della serata le si era avvicinato e le aveva chiesto
scusa per il suo comportamento ma aveva insistito nel fatto che lei
fosse gelosa, così era nata una nuova discussione che però
si era conclusa con una rappacificazione.
Joanne non si poteva permettere di perdere un collaboratore così
prezioso e aveva deciso di riassumerlo, ma non per questo lo aveva
riaccolto in casa e infatti lui si era trovato una sistemazione provvisoria
in albergo.
Si accese una sigaretta e si mise a guardare la città immersa
nelle tenebre....
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Roger
era uscito di casa subito dopo colazione. Aveva ricevuto una telefonata
da Armand Nosset, il detective che aveva incaricato di sorvegliare
i movimenti di Amanda in Europa.
Armand era in città. E le notizie erano piuttosto negative
per Roger.
Amanda doveva essersi resa conto di essere sorvegliata, e aveva fatto
perdere le sue tracce.
Ovviamente, quell'ultima novità contribuiva non poco a rendere
Roger di umore instabile, tendente al nero.
Era sicuro che sua moglie stava macchinando qualcosa, e lui non si
sentiva tranquillo quando non poteva avere il controllo della situazione.
Ma oramai, tutto quello che poteva fare era aspettare e vedere cosa
avrebbe fatto Amanda.
Ora, la cosa che gli premeva di più era risolvere la questione
con Leo. E per questo si stava dirigendo di nuovo al Comfort Inn.
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Harriet
scese dall'auto, ma non fece in tempo ad allontanare l'autista che
Virginie schizzò fuori come una palla da tennis e rimase quasi
basita, immobile.
"Harriet!!!!! Sante Marie Alacoque!" dandosi una pacca sulla
testona ricciuta strillò. "Entra: che ti voglio guardare
dritta negli occhi!"
"OK," disse Harriet, toccandosi un orecchio, per farle capire
che doveva mettere l'apparecchio acustico, che detestava. Nella casa
di Virgie, l'arredamento era di nuovo cambiato in quei pochi mesi,
ora era rosso fuoco ed oro, ma nulla di strano, Virgie era fatta così.
Harriet si sedette su di una sedia e cercò di prendere tempo...
"Bello il tuo nuovo arredamento!!!"
"Arredamento un corno," disse Virgie, "e tu... tu che
fai? Sparisci, non dai notizie, ed ora divaghi... Dimmi, hai vinto
al Bingo?"
"Virgie, per ora ti posso dare solo una spiegazione: lavoro,
faccio la governante per un uomo che mi tratta come una signora...."
"Alla tua eta, Harriet? Da dove esce questo gentiluomo?"
"L'ho conosciuto in giardino, cara, io ho bisogno di lui e lui
ha bisogno di me.. ti chiedo scusa di non averti avvertita prima,
te lo dovevo, ma oramai tu dovresti essere abituata ai miei..."
"Oddio: ti risposi....."
"Ma sii seria, Virgie, è un uomo giovane, non è
un santo, ha tutte le donne che vuole, a lui serviva una governante
ed eccomi qua!"
"Con autista!! E....... scusa, quel paltò non è
da governante, se permetti so il valore della merce, ed anche tutto
il resto.... hai 1000$ di abbigliamento!!"
"Virgie, per dirla tutta, ho pure la mia American Express, e
questo so che ti fa molto piacere.."
"Non capisco più nulla, cugina mia, mi hai mandato ancora
una volta in tilt.."
"Tesoro, sei contenta di sapermi in buone condizioni, quindi
non fare più domande... come sempre, come sai fare tu....."
"Come no... io sono sempre in pensiero per te e la tua testa
matta, ma se non debbo più chiedere, non chiedo, lo sai bene...
muta come una tomba."
"Lo so Virgie, hai sempre fatto moltissimo per me, ora ti chiedo
due cosette di quelle che sai fare bene tu, come sempre. Da ora in
poi chiamami quando vuoi, ma tu sola... non dare il numero a Tommy
né ad altri, molti mi hanno vista a feste, e se vogliono...
facciano loro. Io ti chiamerò spesso, prometto, anche solo
per fare due chiacchiere.. dalla mia camera. Ora, cara cugina, una
volta che posso, ti scarrozzo fuori io... mi fai la gentilezza di
accompagnami a fare shopping in uno dei tuoi negozietti?"
Virgie non capiva più nulla: le aveva offerto di stare molte
volte da lei, e tante altre cose, ora capitava qualcuno... ed Harriet
accettava.
Dove aveva sbagliato?
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Arrivato
all'albergo, Roger passò velocemente davanti alla Reception,
che stavolta era presidiata da una graziosa signorina, soffermandosi
appena il tempo per gettare 'casualmente' uno sguardo alle chiavi
delle camere. Il gancio numero 27 era vuoto. Leo Flynn doveva essere
in camera.
Senza perdere tempo, Roger attraversò la sala.
Quando fu davanti alla porta della stanza di Leo, bussò, esclamando:
"Apri, sono io!..."
Ci furono alcuni istanti di silenzio, infine la porta si aprì.
Leo lo guardò senza dire nulla, poi si scostò di lato,
invitando Roger ad entrare con un cenno della mano.
"Adesso spero che mi spiegherai cosa ti è successo..."
disse Roger non appena Leo ebbe richiuso la porta.
"Se ti riferisci al nostro appuntamento di ieri, mi dispiace...
Ho avuto un imprevisto." Leo sembrava imbarazzato e leggermente
a disagio. Non guardava direttamente a Roger, se non lanciandogli
brevi sguardi e subito dopo guardare altrove.
"Mi riferisco a quello e a molte altre cose!" Roger era
arrabbiato, e anche un po' deluso. Non che si fosse mai fatto molte
illusioni sugli altri esseri umani. Aveva sempre contato solo su se
stesso, per tutta la vita. Nessuno voleva avere a che fare con il
perfido Roger Thorpe.
Ma ormai conosceva Leo da molti diversi anni, ed era la cosa più
simile ad un amico che lui avesse mai avuto.
"Dunque, hai avuto un imprevisto... E non hai avuto il tempo
di avvertirmi che non ti avrei trovato al nostro appuntamento!!..."
Leo si irrigidì, il volto lievemente pallido. "D'accordo,
ho commesso un errore. Non è il caso di farne una tragedia,
mi pare!"
Roger infilò le mani nelle tasche dei pantaloni, e iniziò
a camminare avanti e indietro per la stanza. "Non credi di dovermi
almeno una spiegazione del tuo comportamento?... Se proprio non vuoi
dirmi dove sei stato... e *con CHI*!"
L'avvocato scrollò le spalle. "Non ho segreti. Ho ricevuto
un messaggio da Mabel Grahn." Leo fissò per un istante
il volto di Roger, dove non c'era la minima traccia di sorpresa. E
capì. "Tu lo sapevi!..." Sospirò. Non avrebbe
dovuto meravigliarsi.
Dopotutto conosceva come agiva Thorpe. Trovava sempre il modo di sapere
quello che gli interessava.
"Ti sei incontrato con lei?" chiese Roger, asciutto.
"Sì. E, per prevenire la tua prossima domanda... Mi ha
offerto un lavoro."
"E tu hai accettato...?" Chiese Roger.
"Non ancora" fu la risposta di Leo.
Roger serrò le labbra, voltando le spalle. "Non ancora..."
disse lentamente.
Leo si passò le dita tra i capelli. "Ascolta, Roger, io...
Lo so cosa stai pensando! Però... Credo di saper gestire questa
situazione."
"Io invece credo che tu stai per cacciarti in un grosso, grosso
guaio!!!" Roger quasi esplose. "Quella donna è veleno!!..."
"Conosco gente che pensa la stessa cosa di te" ribatté
Leo.
Roger fece una smorfia amara. "Ok... Vediamo di capirci"
disse puntando l'indice della mano destra verso l'altro uomo. "Mabel
Grahn è senza dubbio una splendida donna. Ma credimi, se si
interessa a te lo fa solo per i suoi scopi!..."
Il volto di Leo divenne paonazzo. "Insomma, adesso basta, Roger!!!"
Allargò le braccia in un gesto di frustrazione. "Non sono
un burattino... Credi che... che io abbia perso la testa?... Certo,
Mabel è affascinante... È bellissima! Non lo nego, è
senza dubbio la donna più bella che io abbia mai visto..."
Leo respirò a fondo. Gesticolava con le mani e aveva la fronte
leggermente imperlata di sudore. "Ma qualunque rapporto potrei
instaurare con lei sarà solo d'affari!..." Tuttavia, nonostante
lo sfogo disperato, le sue parole non suonarono convincenti alle orecchie
di Roger.
"Ok... Ok, Leo. Se è davvero questo quello che vuoi, allora...
Ok, va bene!... Accetta il lavoro che lei ti ha offerto. Fai pure
come vuoi!!" Si diresse verso la porta e l'aprì. "Da
questo momento, però, considera interrotto qualunque tipo di
rapporto tra te e me!..."
Leo lo guardò disorientato, gli occhi sgranati. "Non...
Non puoi dire sul serio! Roger!!!..."
Ma Roger non disse altro. I due uomini si fissarono per un lungo momento
negli occhi e poi Roger si voltò uscì dalla stanza.
"Roger!..." esclamò Leo. Ma non ottenne nessuna risposta.
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"Harriet!!!!
sei veramente fuori di testa? Io ti davo per spacciata, e tu vuoi
andare a fare shopping, e pure mi vuoi scarrozzare?"
"Sì," disse Harriet, "vestiti, ed andiamo. Spicciati,
che poi ti passo la rivista abiti, anzi salgo con te.."
Virgie, completamente spiazzata, ubbidì senza fiatare, cosa
dura per lei.
Ma nell'ascensore, si abbracciarono, come quando erano ragazzine.
Al piano di sopra, Virgie, sparò la sua domanda: "Ma chi
è questo signore? Lo conosco?"
"È un certo signore che un giorno ti presenterò,
cara.... ma ha solo 55 anni."
Virgie scombinò 3 completi, poi guardò Harriet ..e con
voce dimessa, domandò.. "Che cosa mi metto? Vuoi venire
davvero in un mio market?"
"Certo," rispose Harriet: "Oltretutto mi devi mollare
qualche arretrato, no? Quindi abbigliati e fai svelta."
Dieci minuti più tardi, Virgie arrivò vestita tutta
in nero, con occhiali e nessun gioiello.
Harriett non poté trattenere una risata: "Andiamo ad una
veglia funebre? Cambiati: sono solo due spesucce, vestiti come ti
pare: tu hai la tua personalità, ed a me piaci come sei. Così
ti conoscono tutti, ma solo io conosco la tua testa, che valore hanno
abiti e colori? Nulla, cugina. È la tua serietà di cervello
che ammiro da sempre, e la tua coerenza. Io non giudico. Lo sai bene,
mi pare...... e spicciati, mi devi dire anche due cose dell'Argentina.....
Anzi: per favore tu telefonami quando vuoi, anche solo per parlare
del tempo, ma... immagina... non dare il numero che hai fatto prima
a nessuno, per favore, ed il mio privato neppure a Tommy, te ne prego.
Anzi... soprattutto a Tommy. Capito?"
Virginie annuì soddisfatta, Harriet forse era rinsavita, finalmente.
Due ore dopo, sul sedile della limousine di Thorpe sedevano le due
cugine, impettite come al tempo del collegio, ma Virgie, gracchiava
come una rana toro: "Quasi quasi mi assumo un autista.......
quanto mi verrà a costare?"
"Non saprei," disse Harriet, "ma penso che ora tu possa
permettetelo... Il mini market!!!"
L'autista fermò, aprì ad Harriet, poi girando aprì
anche a Virgie con un certo sussiego.
Virgie, squadrandolo, non vide un tombino, infilò con uno dei
suoi tacchi a spillo in una griglia. Le urla forse si sentirono pure
da Springfield, l'autista cercò invano di districare scarpa
e piede, Harriet cercò di fermare due passanti, mentre tutti
i dipendenti del Market si riversarono fuori.
Pian piano, la scarpa fu tolta, il piede liberato.. e fu portata nel
mini market, fatta sedere con una busta di piselli surgelati sulla
caviglia, amorevolmente accudita dai dipendenti.
Dopo 20 minuti fu a posto, ma sbottò...... "Deciso, niente
autista: mi tengo il mio tassista, mi costa meno di quelle scarpine
tricolori di Gucci! -andate, oramai."
Harriet sorrise, ma c'erano due problemi da risolvere. Uno era trovare
qualcosa da mettere ai piedi di Virgie, l'altro era presentarla a
Roger, ormai aveva fatto una promessa, e con Virgie, non si scherzava
a lealtà.
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Quella
era stata davvero una terribile giornata!! Dopo essere andato via
dal Comfort Inn, era tornato al Goatleaf Lodge. Ma aveva l'animo in
subbuglio.
Roger sentiva un peso terribile addosso e come un vuoto dentro di
sé.
Leo era stato per quasi tredici anni il suo amico più fidato.
Non si era mai posto il problema... Non aveva mai pensato che avrebbe
potuto perderlo. E ora...
Ora si rendeva conto che era davvero affezionato a quello sciocco,
a volte patetico, bizzarro uomo di nome Leo Flynn. Ma Leo aveva anche
dei pregi, e Roger lo sapeva. Era molto bravo nel suo lavoro, un avvocato
brillante, che non si arrendeva facilmente, ma c'era di più.
Era un amico leale!!!
Era il suo solo vero amico. Quello che praticamente conosceva tutto
di lui, con il quale si era confidato più volte. Ed era la
persona che gli aveva sempre dato sostegno.
Chiuso nel suo studio, Roger scorreva mentalmente le tappe della loro
amicizia, come vedendo dei flashback...
Il giorno in cui si erano conosciuti, e -allora- erano avversari.
E poi quando, in seguito, lo aveva assunto come suo avvocato, e poi
con il tempo il loro rapporto si era approfondito, ed erano diventati
amici, davvero amici.
Più di una volta, la tentazione di sollevare la cornetta e
chiamarlo, era stata forte. Ma poi non lo aveva fatto. Orgoglio?...
Stupidità?...
Forse entrambi.
Ma in quel momento Roger era ossessionato dal ricordo dell'espressione
di Leo quando gli aveva detto che la loro amicizia era finita.
Sì, forse Roger aveva agito in maniera impulsiva. Quello era
sempre stato uno dei suoi difetti: non il peggiore, e nemmeno l'unico!
E ora stava soffrendo. Ebbene sì!... Per quanto potesse apparire
incredibile... Il Grande Cattivo, il Cinico, lo Spietato Roger Thorpe,
soffriva.
Perché aveva perso un amico, una parte importante di sé.
E in quel momento avrebbe pagato tutto quello che aveva pur di poter
riportare indietro l'orologio, per poter evitare errori, incomprensioni.
Avrebbe dato tutto, pur di poter dire ancora: "Il mio amico,
Leo Flynn!"
Perché era accaduto? Come era potuto succedere? E lui, come
aveva potuto permettere che accadesse?...
Non lo sopportava. Non sopportava l'idea di quell'amicizia ferita,
spezzata.
Uscì dallo studio e scese le scale. Non poteva restare fermo!...
Gli sembrava di scoppiare. Doveva fare qualcosa. Qualsiasi cosa!...
In quello stato, l'animo nero e il cuore serrato in una morsa, senza
salutare nessuno, uscì dal Caprifoglio.
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Se era
la guerra che quella donna voleva, ebbene, avrebbe avuto esattamente
ciò che cercava. E anche di più!...
Roger si era diretto in auto all'ufficio di Armand, l'investigatore
privato al quale affidava in genere gli incarichi più delicati.
Parlò con lui parecchi minuti, e fu molto esplicito. Armand
doveva riuscire ad infiltrarsi all'interno della North Shore Wireless.
Roger voleva a tutti i costi scoprire i piani di Mabel Grahn. Non
le avrebbe permesso di prendersi gioco di lui.
Roger però ignorava che proprio in quel momento, Mabel stava
accogliendo nel proprio ufficio il suo ex-amico Leo Flynn.
E i progetti di Mabel prevedevano che Leo restasse in sua compagnia
per tutta la notte...
Dopo aver dato precise istruzioni ad Armand Nosset, Roger aveva lasciato
l'ufficio dell'investigatore e si era diretto alla macchina. Ma poi
aveva cambiato idea. Aveva bisogno di camminare, per scaricare la
tensione che aveva accumulato negli ultimi giorni.
Quasi per caso -ma era davvero stato un caso?- si ritrovò davanti
al Rebellion's House. Il locale era aperto, e c'erano già vari
clienti seduti ai tavoli. Era quello che ci voleva. Un posto allegro,
diverso dal solito...
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Roger
si sedette a uno dei tavoli sul fondo della sala. Perché era
tornato in quel locale? Non avrebbe saputo dirlo. Quel posto era frequentato
soprattutto da giovani, e non da uomini della sua età. Ma non
gli importavano gli sguardi incuriositi degli altri. In effetti, in
quel momento non gli importava di nulla.
Poi la vide, mentre saliva sul palco, sorridente, e prendeva in mano
il microfono. Joanne iniziò a cantare, e nonostante il genere
di canzoni che proponeva al pubblico fosse ben diverso da quello al
quale Roger era abituato, la bella voce di lei lo rendeva piacevole.
Ordinò da bere dell'acqua tonica, anche se dentro di sé
pensava che non ci sarebbe stato male uno Scotch. Ma... no. Voleva
mantenersi lucido. Doveva pensare ad un piano di battaglia.
Fu colpito dai suoi stessi pensieri. Era una guerra?...
Joanne iniziò un'altra canzone, dove la musica allegra faceva
un curioso contrasto con le parole, che parlavano di un amore impossibile.
Rimase ad ascoltarla, e quando lei terminò la sua esibizione,
applaudì insieme agli altri. La ragazza volse la testa nella
sua direzione, e parve fissarlo. Non sorrideva, ma Roger sapeva che
lo aveva riconosciuto. Quindi sollevò un po' il bicchiere in
aria, come una sorta di brindisi immaginario e le fece un cenno di
approvazione con la testa.
Dalle casse dello stereo sparse per tutto il locale, si diffusero
altre canzoni e Joanne lasciò il palco.
Dopo qualche minuto, durante i quali doveva essersi cambiata d'abito,
Joanne tornò in sala e si avvicinò al tavolo di Roger.
"Niente solita birra?" chiese.
Lui scosse la testa, lentamente. "Niente solita birra" confermò,
scandendo bene le sillabe.
Joanne lo guardò per un attimo in silenzio. C'era decisamente
qualcosa di strano in quell'uomo, qualcosa che la colpiva. "Vuole
restare da solo, o potrei sedermi qui con lei, per qualche minuto?"
Ma appena pronunciata quella frase la colpì il pensiero che
forse lui non era affatto solo. Anche se, in realtà, non sembrava
in cerca di compagnia. "Ma forse sta aspettando qualcuno..."
aggiunse subito.
Roger strinse gli occhi. "Non aspetto nessuno. E lei è
la benvenuta" rispose con un mezzo sorriso. C'era nei suoi modi
una certa galanteria, ma era freddo, controllato.
Joanne si sedette, puntellò un gomito sul piano del tavolo
e appoggiò il mento sulla mano. Rimase silenziosa per un po',
continuando a fissarlo. Poi esclamò: "Sto aspettando!..."
Lui si irrigidì appena, mentre un'espressione sorpresa gli
si dipingeva sul volto. "Aspettando... cosa?!..." ribatté.
La ragazza arricciò il naso. "Di vedere quando si trasformerà
in lupo mannaro!!!..." disse, e poi sorrise.
Roger la guardò per un secondo letteralmente sbalordito. Poi,
afferrando il tono scherzoso di lei, si portò una mano alla
fronte e rise piano. "Ah, capisco!..." mormorò. "Beh,
mi dispiace deluderla, ma mi trasformo in lupo mannaro solo nelle
notti di luna piena!!!..."
"Peccato!!!..." disse lei accendendosi una sigaretta. "Sarebbe
stata una fantastica attrazione per i miei clienti!..."
"Credo che i suoi clienti siano più attratti da lei...
dalla sua bellezza... dalla sua voce! Mi è piaciuta molto la
sua esibizione. Mi consideri un suo fan." Lo aveva detto senza
nessuna particolare inflessione della voce, come se
stesse dicendo la cosa più ovvia dell'Universo.
"Lei vuole lusingarmi..." si schermì Joanne.
"Assolutamente no! Giuro. Sono sincero."
Dopo una pausa pensierosa, lei aggiunse: "Mi piace cantare. Mi
fa sentire... viva!" Sorrise di nuovo. "Ma forse questo
genere di musica non è proprio
il suo preferito. Voglio
dire..."
Roger fece una smorfia comica, interrompendola. "Lo dica tranquillamente,
non abbia paura di offendermi. Questo genere di musica è adatto
a dei giovanotti, e non a un vecchio signore dai capelli grigi, come
me!"
"Lei non è un 'vecchio signore'!..." esclamò
Joanne con aria scandalizzata.
Lui scoppiò a ridere. "Adesso è lei a lusingare
me."
"Assolutamente no! Giuro. Sono sincera." Gli fece il verso
lei.
Roger agitò una mano. "Beh, a me piace quasi tutta la
musica. Il jazz, e la musica classica, naturalmente, come ogni bravo
lupo mannaro!..." Sorrise. "Ma mi piace anche la musica
moderna." Inclinò la testa da un lato. "E riconosco
il talento, quando lo vedo."
"Grazie" disse lei semplicemente, colpita.
"Dico solo quello che penso, signorina Allard."
Il volto di Joanne si rabbuiò in una frazione di secondo, e
Roger la guardò stupito.
"Cosa ho detto di sbagliato?..."
Lei trasse un profondo respiro tragico, degno di una eroina di Shakespeare,
come se lui l'avesse insultata nel modo peggiore possibile. "Signorina
Allard!..."
"Ehm... È il suo nome, no?..." chiese Roger in tono
semiserio.
"Certo, in effetti lo è... Signor Thorpe!!" e calcò
apposta sulle ultime due parole.
"Meno male! Allora la mia memoria funziona ancora bene... nonostante
la mia veneranda età!!" scherzò lui.
La ragazza tamburellò con le dita sul piano del tavolo. "Facciamo
così: tu mi chiamerai Joanne, e io ti chiamerò Roger!!"
concluse con un gran sorriso di sfida. "Dopotutto, questa è
la terza volta che vieni nel mio locale. Possiamo
considerarci vecchi amici, no?"
Roger annuì, divertito. "Beh... sì, potremmo anche
considerarci... amici, Joanne!"
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Il sole
era ancora alto nel cielo quando si svegliò. Che cosa era successo?
Si era appisolato sulla panchina del parco. Era di certo lo stress
da trasloco e il nuovo lavoro.
Ma quello non era stato un tranquillo riposino pomeridiano. E oltretutto
imprevisto, dal momento che neanche si era accorto di essersi addormentato.
Aveva sognato. Proprio qualcosa che non avrebbe voluto.
Si guardò intorno. Sirio era aggomitolato sotto la panchina
in uno stato semi catatonico. Ma non appena lo vide sveglio si alzò
in piedi e decise di lavargli la faccia. Gli saltò in braccio
e dimostrò tutto il suo affetto con una accurata opera di pulizia.
"Oh... buono bello!"
La temperatura era mite, si vedeva che era arrivata la primavera.
La neve ormai era quasi completamente sciolta. E il verde tornava
a farla da padrone. Soffiava un leggero venticello.
Lij scosse la testa per cancellare il ricordo del sogno. Ma sentiva
ancora i brividi lungo la schiena. Avvertiva sulla propria pelle quelle
labbra infuocate che lo cercavano.
Le stesse che stava cercando in ogni modo di dimenticare.
Come quella stessa mattina in cui era stato svegliato dal suono insistente
e fastidioso del campanello. Si era alzato malvolentieri dal letto
e tra un borbottio e uno sbadiglio, senza fare minimamente caso al
fatto che indossava solo un paio di boxer, era andato ad aprire la
porta. Non aveva fatto in tempo a realizzare cosa stesse succedendo
che si era trovato attaccato alla parete con Nichelle avvinghiata
che sembrava seriamente intenzionata a sfilargli di dosso quel poco
di indumento che aveva.
La mattina, per un uomo, è il momento della giornata in cui
se te le vai a cercare poi non ti devi lamentare.
Ma lei sembrava molto ben disposta a subire le conseguenze del proprio
gesto.
Lij in una frazione di secondo aveva realizzato e aveva preso il *toro
per le corna*. Nichelle si era ritrovata stesa
sul pavimento con lui addosso e le sue mani tra le cosce. E aveva
avvertito compiaciuta, quella che era una reazione fisiologica maschile
tipica nel mattino. Ma tra baci infuocati e carezze spudorate aveva
sentito un nome, tra i sospiri, uscire dalle labbra di lui.
Etoile.
Aveva fatto finta di non pensarci e si era lasciata prendere con una
foga che forse neanche lei si aspettava. Ma d'altronde lo aveva voluto
dal primo istante che l'aveva visto. Aveva desiderato che quegli occhi
così azzurri la guardassero in quello stesso modo in cui la
fissavano in quell'istante. E ora aveva soddisfatto il suo capriccio.
Dal canto suo Lij si era fatto una *cavalcata* sessuale decisamente
piacevole. Nichelle era bella e molto sexy.
Ma non era lei.
Nessuna poteva esserlo. E nella foga del desiderio non si era neanche
accorto di aver pronunciato quel nome.
D'un tratto il ricordo di quella movimentata mattinata fu interrotto.
La sua attenzione fu catturata da una bimba, che stava disegnando,
seduta su una panchina con la madre accanto.
Era piccola e minuta, la sua pelle era color avorio e mandava bagliori
quasi madreperlacei. I capelli erano d'un biondo chiarissimo.
Azzurri gli occhi che seguivano attentamente la linea sul foglio.
Improvvisamente la ragazzina alzò lo sguardo.
Lij le sorrise istintivamente e lei ricambiò in modo molto
spontaneo.
Le assomigliava.
Davvero tanto. Quello sguardo limpido. I capelli così biondi.
Aveva bisogno di scrollarsi le immagini di quel sogno dalla mente.
A costo di farsi una doccia gelata. Si stiracchiò per riprendere
il completo controllo dei muscoli del suo corpo e, di nuovo in piedi,
si avviò verso casa.
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Roger
rientrò alla villa che era ormai buio. Il ricordo di Leo era
stato *anestetizzato* dalla chiacchierata con la vulcanica Joanne.
Certo, quella ragazza lo aveva colpito: era attraente, piena di talento.
E lo aveva divertito quando gli aveva proposto di essere amici.
Amici!... Lui non aveva amici. E poi tra loro due c'era una grande
differenza d'età.
Scosse la testa, rinunciando a pensare a cosa mancava nella sua vita.
Meglio concentrarsi su ciò che aveva.
Kay aveva preparato un'ottima Quiche Lorraine, che avrebbe fatto morire
di invidia il miglior cuoco francese, e per dessert una gelatina di
fragole.
Dopo cena, era andato nel suo studio; Justin si era premurato di fargli
trovare la posta, sopra la scrivania. Roger scòrse le buste
distrattamente. Non sembrava esserci nulla di veramente interessante.
Poi, mentre apriva un plico che proveniva dagli uffici della Spaulding,
notò la cartolina.
Raffigurava il palazzo di Schönbrunn, con i suoi giardini, vanto
della città di Vienna.
Prese in mano la cartolina. Non c'era firma, ma conosceva bene quella
calligrafia.
«Sarebbe un sogno abitare qui, non credi, amore mio?»
Questo c'era scritto, e nient'altro, oltre ovviamente all'indirizzo.
Il timbro postale indicava che quella cartolina era partita da Vienna
una decina di giorni prima. Ma Roger sapeva che *lei* non era più
in Austria. E poteva solo fare congetture sul luogo in cui si trovava
ora.
Senza pensarci troppo, strappò la cartolina in tanti pezzi
e la gettò nel cestino, scacciandola anche dalla sua mente.
Terminò di guardare la posta: tra le altre cose era arrivato
un invito dell'Aurora Country Club. Un'altra occasione mondana. Non
le amava particolarmente, ma non si tirava mai indietro. L'immagine
pubblica prima di tutto.
Adesso non avrebbe disdegnato quel famoso Scotch!...
Così lasciò lo studio per recarsi in biblioteca. Obiettivo:
il suo fornitissimo mobile bar!
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Harriet
bussò alla porta della biblioteca.
"Disturbo?..."
"Lei non è mai un disturbo! Anzi... la prego, perché
non si siede? Ho visto che si occupa di ogni cosa, quando non ci sono,
gliene sono grato. Ma non vorrei che si stancasse. Quando sono tornato
dal mio viaggio ho trovato ogni cosa a
posto, come non succedeva da anni. Le serve qualcosa?"
"Qualcosa? Più di quanto lei mi stia dando? No, io...
ero entrata per fare quattro... per prendere un libro... Bello, questo
bambino!" - dice Harriet alzando una piccola cornice dorata.
"Uno dei figli di... mio figlio Hart. E... sì, è
un bel ragazzino," rise Roger, "Il suo nome è Peter.
Sua madre è una Reardon, una brava ragazza in fondo... Sa Harriet,
io ho altri tre nipoti da mia figlia, Chrissy. Mi è difficile
anche solo vederli, per motivi che sono ...troppo lunghi da spiegare.
Ma sono bambini bellissimi... E io li amo molto! Tuttavia, mio figlio
Hart... Mi manca moltissimo. Era ancora così giovane, e io
non riesco a rassegnarmi alla sua morte. Forse perché sono
dell'idea che sia ingiusto per i genitori dover seppellire e piangere
i propri figli. Anche se io e lui abbiamo avuto molti contrasti...
Hart era arrivato ad odiarmi. Odiarmi profondamente. Però era
sempre mio figlio! E nessuno potrà mai prendere il suo posto
nel mio cuore. Ecco, questo giovanotto qui," aggiunse alzando
un'altra foto "è il figlio che Hart ha avuto da un'altra
giovane donna, si chiama Roger Joshua. È nato poco prima della
disgrazia... Ma era piccolissimo, non ha mai conosciuto suo padre.
Non avrà mai alcun ricordo di lui. E a me, invece, restano
solo i ricordi. E fanno molto male."
Harriet annuì assorta.
"Immagino che anche lei sia nonna..."
"Stendiamo un velo pietoso, signor Roger. Lei sa che ho avuto
tre mariti: dal mio secondo matrimonio sono nati due figli, e come
sa Foxley era una brava persona, ma era pure un sognatore, mai coi
piedi per terra, era un gran spendaccione, ma a me voleva bene: quando
morì lasciò quel poco che era rimasto a me, ed ai figli
l'aria da respirare ed un nome rispettabile. Il primogenito se n'era
già andato al college con una borsa di studio, ora credo che
insegni al MIT, so che è sposato, forse avrà figli......
Io non esisto per lui dal giorno che la successione di suo padre fu
aperta. Per lui non c'era nulla, lo stesso per suo fratello. A me
quel poco per vivere. Non l'ho mai più sentito."
"Harriet, non pianga, abbiamo molto in comune io e lei, mi creda..."
Roger pensava a quanto disperatamente aveva sempre desiderato una
famiglia, una vera famiglia. "E l'altro figlio?"
"Ahhhhh, l'altro l'ho visto fino al giorno che non ho deciso
di risposarmi: fino a quel momento passava da me ogni tanto: io voglio
ancora illudermi che sia stato per affetto, il fatto era che se andava
sempre con le tasche piene di soldi. Ora penso che sia al terzo divorzio:
ogni tanto mi arrivano notizie di lui tramite mia cugina, ma niente
altro. Quindi non so se ho uno, due, tre, o più nipoti, ma
soprattutto non ho..." e qui Harriet scoppiò in un gran
pianto.
Roger prese un fazzoletto, e le porse alla vecchia Harriet, che singhiozzò
ancora più forte.
Quando si fu un po' calmata, Roger disse: "È possibile
fare qualcosa per lei? Mi spiego meglio, Harriet... Vuole che io faccia
qualcosa per lei?"
Silenzio.
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Jessie
era finalmente guarita. Si trovava al locale ed era impegnata a servire
i tavoli...Come al solito c'era sempre lui... Kyle.
Ogni volta che lui entrava nel locale, lei si sentiva soffocare...
come se ad un tratto non riuscisse più a respirare. «Ma
che cosa vuole quello da me?»
Anche quella sera Jessie come lo aveva visto entrare si era rifugiata
in bagno... Non capiva i sentimenti che provava... Quel ragazzo la
colpiva e sentiva qualcosa per lui ma allo stesso tempo provava un
senso di disgusto... Nichelle entrò in bagno... "Jessie
tutto bene?"
"Sì Nichelle tutto okay grazie. Vengo subito."
"Mi sono accorta che ogni volta che entra quel ragazzo tu vai
in bagno. Ti ha fatto qualcosa per caso?"
"Oh no. Non mi ha fatto niente, ma forza... torniamo in sala
i clienti ci aspettano."
Jessie non voleva parlare con Nichelle dei suoi sentimenti... la conosceva
appena e non sapeva ancora se si poteva fidarsi o meno.
Come al solito lui ordinò una birra ma non dalle altre cameriere:
sempre e solo da Jessie e subito dopo mentre lei serviva gli altri
clienti lui la osservava e pensava a come avrebbe potuto diventare
il suo ragazzo: con la forza? Con il ricatto? Ma no avrebbe finito
per farsi odiare, con lei infatti non riusciva a essere cattivo.
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Joey
si trovava al locale di Joanne Allard il *Rebellion's House*.
Si trovava lì da quando aveva finito di lavorare... Non aveva
voglia di tornare a casa e voleva stare in un locale pieno di gente
ma non al *LightHouse* dove sapeva che c'era anche lui e non voleva
incontrarlo. Doveva dargli una risposta ma non aveva ancora deciso
o meglio... lei aveva deciso ma aveva paura, paura della reazione
di lui e di suo padre.
«Quel ragazzo ha solo ventun anni eppure... Non ha rispetto
per nessuno e riesce sempre ad ottenere quello che vuole. Ma io riuscirò
a fregarlo.»
Infatti Joey aveva deciso di chiudere per sempre la palestra perché
non voleva che venisse usata come un laboratorio e che i bambini venissero
usati come cavie.
Non avrebbe mai permesso a Kyle di riempire le sue bibite con una
droga particolare per poi vedere che effetto avrebbe fatto sui bambini.
Aveva organizzato tutto... Lei avrebbe chiuso per sempre la sua palestra
e poi si sarebbe trasferita dal padre... Jessie era abbastanza in
gamba per cavarsela da sola e quindi lei poteva tranquillamente sparire...!!!!!
Aveva finito di bere tutte e due le bottiglie di vino che aveva ordinato
ed era ubriaca fradicia... Non era il tipo da ubriacarsi ma con quello
che stava passando una bella sbronza era quello che ci voleva per
dimenticare per un po' i propri problemi. Dopo aver pagato le bottiglie,
Joey uscì dal locale e salì sulla bici... A fatica riusciva
a pedalare e quindi alla prima panchina che trovò, preferì
fermarsi. Scese dalla bici e si sedette. Il posto era completamente
isolato e faceva freddo, molto freddo.
Era il tempo o era lei che aveva il gelo nel cuore?
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FINE
QUARTA PUNTATA
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