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TREDICESIMA
PUNTATA
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Joanne guardò la moto, poi guardò il suo vestito, poi
la moto e poi di nuovo il vestito... Le piaceva andare in moto ma
con quel vestito, come avrebbe fatto? Bè o così o a
piedi perciò decise di provare.. "Bella moto! Allora,
si parte?"
"Naturalmente!" Nigel prese un mazzo di chiavi dalla tasca,
aprì il bauletto portaoggetti e ne cavò fuori due caschi.
"Indossa questo." Disse porgendone uno a Joanne, mentre
rideva con gli occhi.
Jo raccolse i capelli e indossò il casco. "Non dire una
parola, odio il casco. Mi sta malissimo..."
Lui aveva già indossato il suo casco. Rimase per un attimo
a guardarla. "Sai una cosa?.... Sei bugiarda." Le si avvicinò
perché potesse sentire la sua voce anche attraverso il casco.
"Sei sempre bellissima!" Poi montò in sella alla
moto. "Coraggio...... Salta su, si parte!"
Salì sulla moto e per tenersi abbracciò Nigel, ne approfittò
e senti che aveva proprio un bel fisico...
"Mhmm.... vedo che non c'è bisogno di chiederti di tenerti
forte!" disse Nigel, compiaciuto. Poi partì sgommando.
Era ansioso di arrivare alla darsena.
A quell'ora di notte c'era pochissimo traffico. Così, il viaggio
non durò molto. Quando Nigel fermò la moto e si tolse
il casco, davanti ai suoi occhi c'era il piccolo porticciolo di Pacific
Wind. Fece un profondo respiro, e alla sua mente tornarono mille ricordi
di quando veniva in quel luogo da ragazzo.
"Ecco qua!... Questo era il nostro posto segreto..."
Jo si guardò intorno. "E' un posto stupendo! Anche a Sidney
ce n'era uno simile, ci andavo quasi sempre per pensare..."
"Da bambini, noi venivamo qui a pescare e a nuotare... quando
era vacanza!"
Nigel smontò dalla moto e fece qualche passo. C'era un gran
silenzio.
Sull'acqua tranquilla c'erano ormeggiate alcune piccole barche a remi.
"Io abitavo proprio in fondo alla strada... Erano bei tempi!"
"Bei tempi... dipende..." Jo si avvicinò al fiume
e iniziò a disegnare nell'acqua dei cerchi..
C'era molta malinconia nella voce di Joanne, e Nigel ne fu colpito.
"Mi dispiace se ti ho rattristato... Ti ho portato qui perché
volevo mostrarti uno dei luoghi che mi sono cari. Tu probabilmente
senti la nostalgia di casa tua.... Dei luoghi che ti sono familiari..."
Sospirò. "Parlami di quel posto che dicevi... a Sidney...
E della tua infanzia, se ti va." Aveva parlato piano, sinceramente,
ma poi si era reso conto che forse era una richiesta troppo personale
per due che si erano appena conosciuti.
Lei si voltò verso di lui, solitamente non parlava volentieri
del suo passato ma Nigel
era diverso, le ispirava fiducia...
"Ho nostalgia del posto in sé ma non delle persone che
vi abitano, a parte mio fratello. Il posto che ti dicevo era simile
a questo e si trovava a pochi passi da casa mia, è sempre stato
come un rifugio per me un luogo di pace... Mi ha cresciuto mio fratello
in pratica, mio padre lavorava sempre e mia madre girava per il mondo
anche lei per lavoro
e quando erano a casa
bè era
la stessa cosa. Andavo d'accordo un pochino di più con mio
padre, anche perché mia madre mi considerava un errore... Ma
non era questo che mi dava fastidio, se non il fatto che..."
Si bloccò per un attimo. "aveva molti amanti, molti dei
quali giravano indisturbati per casa mia fino al ritorno di mio padre.
Non ha mai avuto il coraggio di lasciarla, nonostante fosse al corrente
di tutto... e così quando ho potuto me ne sono andata.."
Ne parlò con un tono quasi indifferente, in fondo erano passati
molti anni e si era buttata tutto alle spalle. "E di te cosa
mi dici?"
"Io..." Nigel raccolse un sasso e lo gettò in acqua,
molto lontano. "Fino ai tredici anni, la mia infanzia non è
stata un granché... Sai, io avevo una sorella... non l'ho mai
conosciuta. È morta prima che io nascessi. E mio padre... mio
padre non si rassegnò mai alla sua perdita. L'amava molto.
E... non amava me." Era la prima volta che raccontava a qualcuno
quella storia.
L'aveva sempre tenuta sepolta nei suoi ricordi. Ma -chissà
perché- con Joanne era facile parlare. E non sentiva neanche
dolore, ripensando a quelle cose.
"Poi, quando avevo tredici anni, una notte, mio padre ebbe un
incidente d'auto... e morì. Da quel momento ho vissuto solo
con mia madre. Ed in effetti, i miei ricordi più belli cominciano
proprio da quella notte." Non aveva il coraggio di guardare Joanne,
ora. Aveva paura. Paura di leggere il disgusto nei suoi occhi. "È
terribile, non è vero?... È... spaventoso. Pensare che
ti senti felice di essere vivo... perché tuo padre non c'è
più. Pensare che forse... forse hai desiderato che lui morisse..."
Nigel strinse i pugni. C'era una cosa che lei aveva detto, una cosa
che lo aveva colpito. "Perché tua madre ti considerava
un errore?..."
Quelle parole erano troppo simili a una frase che aveva sentito pronunciare
un giorno a suo padre, mentre litigava con sua madre.
"Mettere al mondo un altro figlio è stato solo un maledetto
errore!..."
"Mia madre non ha mai voluto figli mentre mio padre sì
e così lei ha deciso di accontentarlo mettendone al mondo uno,
mio fratello... dopo 6 anni per sbaglio sono nata io." Si avvicinò
a lui.. "Comunque non si può controllare ciò che
si sente dentro, anche io ho sempre desiderato che mia madre non esistesse
o che sparisse improvvisamente..."
A quel punto, Nigel cercò gli occhi di Joanne. Ma nel buio
della notte, non riuscì a vederli e se ne rammaricò.
"È proprio strana, la vita, a volte...."
Joanne si sentiva molto vicina a lui perché in un certo sento
le loro storie erano simili
non doveva essere stato facile per
lui vivere così. A quel punto in altre circostanze, con un
altra persona probabilmente si sarebbe fatta avanti ma con Nigel sentiva
che forse doveva aspettare... che qualcosa stesse cambiando in lei?
Forse tutto ciò che era capitato con Tony ne era la causa...
iniziava a capire che molto probabilmente non era come sua madre e
sarebbe riuscita a non far soffrire gli uomini come lei... Nigel era
l'inizio di un cammino che magari l'avrebbe condotta ad un cambiamento
profondo... "Che ne dici, torniamo a casa?"
Nigel annuì. "Sì... va bene. Dimmi dove abiti e
ti accompagno." Poi indossò di nuovo il casco. Era contento
di essere andato a quella festa. Era contento di aver conosciuto quella
ragazza e di aver parlato con lei. Forse era vero che tutto avviene
al momento giusto. E quello era il momento giusto per cominciare a
pensare al futuro.
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Roger e Leo entrarono nella grande villa. Ormai era passata da un
secolo la mezzanotte.
"Vieni, ti accompagno alle camere per gli ospiti." disse
Roger all'amico. E infatti lo guidò su per le scale fino al
terzo piano.
"Domani mattina di darò uno dei miei vestiti, per andare
dal giudice. Non mi pare il caso di presentarsi in abito da sera..."
"Grazie, Roger. Grazie davvero!" fece Leo, che era commosso
per come si era risolta la serata. Avere riallacciato i rapporti con
Roger era davvero una cosa per cui provava sincera gratitudine.
"Buonanotte, Leo." disse semplicemente Thorpe.
"Buonanotte..." rispose l'avvocato.
Poi Roger scese le scale per raggiungere la propria camera, e nel
frattempo si allentò la cravatta e poi la tolse completamente.
Era stata una giornata lunga e difficile, e faticosa.
Aprì la porta della propria camera da letto..... e rimase sorpreso.
C'era un abat-jour acceso. E qualcuno sdraiato sul suo letto.
"Oh...!" soffocò un'esclamazione.
Amanda! Si era completamente dimenticato di lei...!
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Amanda si alzò
dal letto e avanzò verso di lui. Sorrideva, guardandolo fisso
negli occhi e camminava muovendosi lentamente.
"Caro..." disse e la sua voce era bassa e roca. "Finalmente
sei tornato!..."
Ora erano vicinissimi, fermi sulla soglia. Lei lo prese per mano,
visto che lui era rimasto immobile, e lo attirò dentro la stanza,
chiudendo la porta.
"Amanda..." iniziò lui.
"Sì?... Dimmi tutto, tesoro!" Ma mentre parlava gli
stava sfilando la giacca. Poi lo baciò sul viso e sulle labbra,
stuzzicandolo.
Roger fece un profondo respiro. Si sentiva leggermente irritato per
quella situazione. Ma anche con le spalle al muro.
Amanda sembrava avere un piano preciso in mente, e sembrava anche
ben decisa a portarlo a termine.
Non che lui non provasse nessun desiderio per lei. Amanda era pur
sempre una bella donna. E a letto la loro intesa era sempre stata
perfetta. Ma ora...
Roger non aveva accennato a muoversi, ma l'iniziativa era nelle mani
della donna. Gli stava sbottonando la camicia e prese ad accarezzargli
il torace. "Ti voglio... Voglio fare l'amore con te..."
Lui corrugò la fronte e solo allora la prese per le spalle
e la scosse un po', allontanandola da sé.
"È davvero questo che vuoi?!" chiese duramente. "Perché
sei stata via tanto tempo?... Con chi sei stata?!..."
Lei scosse le spalle, sembrava seccata da quelle domande. "Non
mi va di parlare di questo ora...."
"Invece ne parliamo adesso!..." Esclamò Roger.
Quando era stato giovane, aveva creduto che il sesso potesse sistemare
tutto. Ma non era così e lo aveva imparato sulla propria pelle.
Inoltre, lui NON era un giocattolo!
"E tu, Roger, allora? Quante donne sono passate per queste stanze,
durante la mia assenza?!..."
Lui non rispose, la mascella serrata. E lei sorrise, trionfante. "Credo
che siamo pari... Non possiamo dimenticare il passato?..."
Gli prese la testa fra le mani e l'attirò a sé baciandolo
con una passione travolgente.
Roger sentiva il proprio corpo che iniziava a rispondere alle richieste
di lei. E sentì la rabbia crescere.
"Attenta a quello che chiedi, Amanda... Perché potresti
ottenerlo!" le disse.
La spinse sul letto, si era tolto la camicia. Poi la baciò
con furia bruciante. Negli occhi di lei si accese una luce soddisfatta.
Roger le sfilò il neglige e il reggiseno di pizzo, poi si liberò
dei pantaloni...
Lei trattenne appena un sospiro mentre intrecciava le sue gambe a
quelle di lui.
"Oh, sì! Roger, vieni da me, adesso!!!!!......" mormorò.
Lui annullò completamente i propri pensieri, e lasciò
salire a galla solo le sensazioni istintive. Quel corpo di donna,
seducente, morbido e caldo, che fremeva sotto le sue carezze... Era
il corpo della Vendetta!
E mentre faceva l'amore con lei, senza la minima traccia di seduzione
o tenerezza, Roger si gettò qualunque pensiero dietro le spalle.
Alimentò solo l'odio e la rabbia.
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Era a Springfield,
nella vecchia casa dove abitava insieme a suo padre, quando Adam era
sposato con Barbara... Ma la casa era deserta. Girava per le stanze,
e sapeva che stava cercando lui, proprio suo padre. Si aspettava di
vederlo uscire fuori da una stanza, con sul viso la solita espressione
delusa che aveva quando lo guardava. Ma non vide nessuno.
Allora uscì fuori, nel giardino, e vide un ragazzo, di spalle
che sembrava intento a scavare una fossa. Gli si avvicinò e lo
riconobbe con una fitta al cuore.
"Hart?!..." disse Roger. "Hart, figliolo, sei proprio
tu?..."
Il giovane si girò a guardarlo. Aveva il volto di Hart, ma quando
lo fissò non mostrò di riconoscere Roger. Sembrava infinitamente
triste.
Non disse nulla e tornò a scavare.
"Cosa stai facendo?" chiese ancora Roger.
Finalmente, Hart parlò: "Sto seppellendo mio padre..."
E allora, Roger guardò in basso e vide che Hart stava coprendo
di terra un cadavere. Ma quel cadavere non aveva il volto di Roger.
Aveva il volto di Adam.
Roger aprì gli occhi di colpo, ritrovandosi nel proprio letto,
in camera sua, al Caprifoglio. Era stato un sogno.
Accanto a lui, Amanda dormiva ancora. Roger si passò una mano
sul volto, per scacciare lontano le ultime ombre di quel sogno orribile.
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I
primi raggi filtrarono attraverso le imposte. La camera assunse un
delicato color beige.
Klaudia si risvegliò urlando.
Il respiro era affannoso e il cuore le saltellava capriccioso in petto.
Aveva ancora in mente l'immagine di Lij che dormiva sul suo seno.
Sentiva ancora il calore di quel contatto... tenero e indimenticabile.
Istintivamente il viso le si contrasse in una smorfia. Scosse leggermente
la testa.
Quel ricordo era decisamente troppo dolce e strideva in modo doloroso
con la realtà che le si era mostrata inaspettata poche ore
prima.
Ancora non riusciva a crederci.
Elijah. Lo aveva rivisto. Dopo 7 anni i loro destini si incrociavano
di nuovo.
Pazzesco come il gioco delle coincidenze avesse tirato le fila delle
loro vite facendoli rincontrare in quel modo.
Era come se un burattinaio perverso si divertisse a creare scene con
loro due come ignari protagonisti.
Poi guardò verso la finestra socchiusa. Sottili fili di luce
si insinuavano nell'ambiente creando un curioso effetto a grata sulle
lenzuola.
Era l'alba. Il sole iniziava a sorgere.
Si spostò con la mano alcune ciocche di capelli da davanti
al viso. Si toccò la fronte. Era un po' calda.
Sospirò. Classica reazione psicosomatica. Le emozioni della
serata precedente stavano avendo ripercussioni sul suo fisico.
Si alzò a sedere sul letto. Poi abbassò lo sguardo fissando
le proprie mani bianche raccolte in grembo.
"Lij
dove sei
?" mormorò.
D'un tratto una fitta improvvisa la colse al ventre costringendola
a rannicchiarsi su un fianco.
Era il periodo. Doveva venirle il ciclo di lì a pochi giorni
e quindi quei dolori erano normali. Eppure dopo quel sogno, che l'aveva
riportata così nitidamente indietro nel tempo, quella
sensazione veniva a risvegliare un dolore che non dormiva mai.
Sempre vivo.
Si strinse le braccia intorno alla vita come a volersi proteggere.
Le lacrime le salirono prepotenti agli occhi e iniziò a piangere,
senza riuscire a fare nulla per impedirlo, coprendosi la testa con
la coperta.
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Amanda si svegliò, sentendolo muovere. Un braccio di lei era
posato di traverso sul petto di Roger. Sbatté le palpebre.
Le tende erano chiuse e quindi nella stanza non c'era molta luce,
ma Amanda vide lo stesso il volto pallido e tirato di lui.
"Roger?......." mormorò.
Roger si sforzò di concentrare la propria attenzione sulla
donna. "Buongiorno, Amanda..." le disse.
"Buongiorno, caro." Gli sfiorò le labbra con un dito,
poi lo baciò piano. "Sei ancora arrabbiato?"
"No..." E infatti era vero. Non era rabbia che provava.
Piuttosto un senso di... vuoto. Si disegnò sul volto qualcosa
che poteva sembrare un sorriso. "Sembra che abbiamo superato
anche questa."
"Come sempre!!!!!...... Dopo aver fatto l'amore tutto si accomoda!!!!"
Amanda sembrava radiosa, quella mattina. Si stirò pigramente,
poi guardò l'orologio sul comodino. "Ti sei svegliato
presto, stamattina!!!......"
"Già, ma... sai... ho delle faccende da sbrigare... E
anzi..." Si alzò in piedi. "Sarà meglio che
mi vesta."
Lei si sollevò, mostrando senza alcuna traccia di pudore il
corpo nudo, consapevole della propria bellezza. "Hai ragione.....
mi preparo anche io, così potremo fare colazione insieme!!!....."
"Splendida prospettiva, tesoro. Ma non saremo soli. Ci sarà
anche Leo, con noi!"
"Oh!........!" Amanda lo fissò interrogativamente.
"Già. Io e Leo abbiamo appuntamento con il Giudice stamattina,
sai, per la rissa di ieri. Per questo gli ho proposto di fermarsi
a dormire qui" disse Roger.
"Ti importa tanto di quei ragazzi???......" chiese lei.
Roger rifletté un momento su quella domanda. Poi rispose: "Può
sembrarti strano, ma.... se quando avevo la loro età ci fosse
stato qualcuno accanto a me, qualcuno che si fosse interessato davvero
a me... Forse la mia vita sarebbe stata molto diversa. Forse... Non
sarei lo stesso uomo, lo stesso Roger Thorpe di oggi."
Amanda gli si avvicinò da dietro, e lo circondò in un
abbraccio, appoggiando una guancia contro la schiena di lui. "Ma
io ti voglio così come sei!!!!!! Non ti vorrei diverso!!!!!!
Mi piace
QUESTO Roger Thorpe!!!!!! Lo stesso Roger Thorpe che ha saputo tenere
testa a mio fratello Alan così bene!!!!!!....."
Roger scoppiò in una risata!! "Ahhh!... Ma io sono unico!!!
OOAK!! One Of A Kind!!" Si girò e la strinse fra le braccia,
baciandola."E allora meglio evitare che quei ragazzi possano
assomigliarmi troppo, non ti pare?!..."
"Nessuno sarà mai come te, Roger!!!!!......." mormorò,
la bocca contro quella di lui.
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Kyle si era svegliato e stava guardando il soffitto... In realtà,
non aveva dormito molto quella notte perché aveva ripensato
alla chiacchierata fatta con il signor Thorpe e a Jessie... Quando
infine, aveva tentato di dormire, si era svegliato agitato per via
di un incubo!!!
Di scatto si alzò dalla branda e si mise seduto... Si guardò
attorno e mai avrebbe pensato che sarebbe potuto cadere così
in basso. La rissa con Lij non l'aveva calcolata e se fosse stato
più lucido, si sarebbe comportato diversamente... ma una rabbia
mescolata a gelosia, invidia e con l'effetto del whisky che circolava
nelle vene, lo aveva spinto a comportarsi in quel modo.
"Sarà arrabbiato nero" pensò "Non sono
tipo da chiedere scusa ma..." Kyle stava pensando di farlo alla
prima occasione ma non sapeva se lui avrebbe accettato le sue scuse...
"Ne parlerò con il signor Thorpe, magari potrei chiedergli
di porgere le mie scuse al 'barista'." Aveva pensato a lungo
ma aveva preso quella decisione e sentiva che era la più giusta...
Era un vigliacco? Forse... Perché la realtà era che
aveva paura di se stesso e di come si sarebbe comportato se lo avesse
rivisto...
"Cavoli, che brutto posto" pensò, cambiando improvvisamente
il corso dei suoi pensieri.
Tuttavia a Kyle non dispiaceva affatto aver passato la notte in quella
cella...
Era più sicuro stare lì che fuori visto che si sarebbe
trovato in mano a quelli dell'associazione. Ad un certo punto la porta
si aprì e un'agente lo avvisò che c'era una visita per
lui... "Che sia il signor Thorpe?" si domandò Kyle
mentre veniva portato da quella persona.
Quando entrò però nella sala, per poco a Kyle non venne
un colpo... suo padre era lì, davanti a lui.
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Gli sedette di fronte e i due si guardarono per un lungo istante in
silenzio prima che suo padre decidesse di parlare: "Signorino
McBride, sono venuto per dirti che hai disonorato e deluso l'intera
associazione. Non bastava che tu facessi lo stupido con quella ragazzina
bionda ma dovevi anche far scoppiare una rissa... Come hai potuto
farlo piccolo insolente?"
Kyle guardò l'uomo negli occhi e provò un dolore sordo
allo stomaco... Non stava male per quello che lui aveva appena detto...
perché tanto erano cose che già sapeva, ma quello che
lo aveva fatto star male era il tono e il modo con cui si era rivolto...
Non da padre preoccupato per la sorte del figlio, ma si comportava
come se Kyle fosse stato un qualunque *ragazzino* dell'associazione
e basta. In confronto il signor Thorpe si era dimostrato sinceramente
più
preoccupato e lui non era nemmeno suo padre...
Kevin continuò: "Sono qui perché sono stato incaricato
di parlarti, altrimenti non sarei venuto. Comunque, puoi ancora rimediare
al danno fatto. Infatti, quelli dell'associazione volevano fartela
pagare, ma poi ci hanno ripensato... In fondo un momento di *crisi*
lo passano tutti no? Dunque... non c'è molto da dire, per riavere
la fiducia dei capi dell'associazione è sufficiente che tu
accetti di assolvere un loro incarico, e..."
"NO!" disse Kyle con tono calmo e basso ma allo stesso tempo
deciso e secco che fece sobbalzare Kevin.
"No, cosa figliolo?" disse, e aveva fatto apposta a usare
la parola *figliolo* perché sapeva che così avrebbe
influenzato psicologicamente il ragazzo.
Ma Kyle non si lasciò incantare e continuò: "Prima
di tutto non chiamarmi figliolo! Hai fatto capire benissimo che non
mi hai mai considerato tuo figlio. Quindi neanche io ti considero
più mio padre, e poi non ho nessunissima intenzione di riottenere
la fiducia dei capi dell'associazione, e tanto meno la TUA fiducia."
E fissò Kevin con aria di sfida.
Che cosa succedeva a Kyle? Lui non lo sapeva ma improvvisamente, non
aveva più paura di niente e di nessuno... Era la prima volta
che osava parlare in questo modo a suo padre, ma se non fosse stato
per la chiacchierata con il signor Thorpe e per come lo aveva visto
seriamente preoccupato per lui, forse non sarebbe riuscito neanche
questa volta a rispondergli come stava facendo.
Kevin lo guardò stupito e con uno sguardo carico di odio...
"Come vuoi, ma dopo non piangere sul latte versato ok?"
e detto questo, si alzò e raggiunse la porta.
Ma prima di uscire definitivamente dalla vita del figlio disse: "Non
sarai mai felice, Kyle, lontano dal nostro mondo. Non potrai mai essere
felice con LEI. Dopo la notte appena trascorsa, Jessie proverà
solo orrore per te, e non vorrà mai più che tu ti avvicini
di nuovo a lei. Perché lei ora sta piangendo disperata, e la
colpa è soltanto TUA!!!" Le parole di Kevin trapassarono
il cuore di Kyle come una lama d'acciaio, e fu scosso dal presentimento
di
qualcosa di terribile. Era successo qualcosa alla sua Jessie?....
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Era stata una strana colazione a tre, quella mattina, al Caprifoglio.
A tre, perché erano riuniti attorno al tavolo, Roger, Amanda
e Leo.
Harriet non s'era vista, e Roger se n'era chiesto la ragione, ma non
aveva potuto soffermarsi sulla questione più di tanto.
Leo gli aveva chiesto alcuni dettagli su come doveva comportarsi davanti
al Giudice, e poi si era fatto dare alcune informazioni sui due ragazzi
coinvolti nella rissa, Elijah e Kyle.
Leo aveva preso coscienziosamente appunti su tutto quello che Roger
aveva detto. Si potevano dire molte cose su Leo Flynn: che fosse un
debole, che fosse un po' ingenuo con le donne. Ma non che non fosse
un ottimo avvocato. Nel suo lavoro era capace di trasformarsi
completamente e tirare fuori gli artigli.
Era elegante, quella mattina, Leo. Indossava un completo -giacca e pantaloni
neri- che gli aveva prestato Roger.
Poi, ad un certo punto, mentre la conversazione a tavola s'era spostata
su argomenti più frivoli, Roger si scusò e lasciò
la sala da pranzo.
Dentro la sua testa danzavano ancora le scene di quell'orribile sogno
che aveva fatto durante la notte.
E aveva bisogno, urgentemente bisogno, di fare qualcosa, prima di impazzire
del tutto...
Nel corridoio, però, andò quasi a sbattere contro Harriet!...
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"Harriet!... Mi chiedevo dove fosse finita." Roger era curioso.
Fissò la vecchia e notò che stringeva tra le mani una
lettera.
Doveva essere appena stata consegnata con la posta del mattino. La busta
infatti era ancora chiusa. "Mi è parso strano non vederla
a colazione." Ormai, dopo tanti mesi che la conosceva, la presenza
di Harriet era diventata qualcosa di familiare.
"Mi spiace, signor Roger..." Harriet sembrava in imbarazzo
o seccata per qualcosa. "Ma ho ritenuto più opportuno non
scendere per la colazione, stamattina. Anzi... dal momento che la signora
Thorpe è tornata... Credo che da oggi in poi sia meglio che io
faccia colazione in cucina, insieme a Kay e Justin."
Roger si irrigidì. "Mi pareva di averle già detto,
una volta, che io non la considero una dipendente come gli altri. Tengo
molto alla sua presenza alla mia tavola."
"Probabilmente la signora sua moglie non è del medesimo
avviso... Ma non se ne faccia un problema. Io sono vecchia... E qui
sono solo la governante. È la signora Thorpe la padrona di casa,
no?"
Harriet stringeva la lettera fra le mani come se avesse il timore che
da un momento all'altro potesse mettere le ali e volare via. Era un
comportamento sospetto e Roger ricordò che Harriet non riceveva
molta posta.
Ma dal tono delle parole della vecchia, Roger percepì anche una
sorta di animosità nei confronti di Amanda.
«Andiamo decisamente di bene in meglio!...» pensò
lui. "Vedo che ha ricevuto posta. Immagino che vorrà leggere
in pace le notizie..."
"Sì... È una mia cara amica che non sento da diverso
tempo. Per questo la prego, mi perdoni se la lascio!"
Harriet si allontanò con destrezza. Si chiuse in biblioteca e
guardò il mittente scritto sulla busta della lettera.
Era Melody McFarren!!
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Jessie si era
svegliata tardi... Erano le undici passate quando aprì gli
occhi. Si alzò e stava per uscire dalla stanza quando qualcosa
la bloccò... Infatti, sembrava una mattina come le altre ma
non era così. Qualcosa mancava e Jessie non riuscì a
capirlo subito ma poi guardando il cestino dei suoi cani vuoto, capì...
Quella mattina i suoi amici non erano saltati sul suo letto e non
l'avevano svegliata con il loro simpatico abbaiare... Fu presa da
un'improvvisa sensazione di panico; cercò Oscar e André
per tutta la casa ma di loro nessuna traccia.
Non sapeva cosa fare e aveva notato che la porta d'ingresso era aperta
ma lei era sicura di averla chiusa la sera precedente... Con un gesto
disperato si passò le mani fra i capelli e stava per chiamare
sua madre quando sentì un guaito... "André"
pensò la ragazza.
Rimase in ascolto e capì da dove proveniva il lamento del cane...
"Lo sgabuzzino!" era l'unico posto dove Jessie non aveva
pensato di guardare... E infatti... "Andréééé!!!!!"
Urlò la ragazza spaventata e inginocchiandosi prese in braccio
il suo piccolo amico. André aveva una zampina rotta e sanguinava...
Doveva portarlo subito dal veterinario ma prima di tutto doveva pensare
anche a Oscar... "Oscar sei qui?" chiese la ragazza timidamente...
Ma da parte della cagnetta non ci fu nessuna risposta... André
pianse di nuovo con fare disperato e la ragazza mentre tentava di
consolarlo vide un biglietto legato attorno al collare del cane.
Con mani tremanti lo prese e lo lesse: "Questo cane è
stato molto fortunato, mentre l'altro... Purtroppo non lo è
stato altrettanto. Questo dovrebbe servire a farti capire che non
stiamo scherzando... Sai cosa devi fare, e non aprire bocca con nessuno
oppure la prossima vittima non sarà un cane ma una persona
a te cara."
Lacrime disperate iniziarono a scendere sulle guance della ragazza...
Come avevano potuto farlo? Possibile che lei durante la notte non
si fosse accorta di nulla? Purtroppo era possibile... Lei aveva un
sonno profondo e nessuno riusciva a svegliarla... Jessie rimase per
terra e con in braccio il suo cane piangendo a lungo... Piangeva per
Oscar... piangeva per la paura che improvvisamente si faceva sentire...
Era terrorizzata e non sapeva cosa fare.
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Roger si chiuse nel suo studio e prese in mano il telefono.
Ma rimase pensieroso per parecchi minuti prima di decidersi a fare
quella telefonata.
Alla fine, compose il numero, e attese. Dopo qualche squillo, una
voce di uomo rispose.
"Pronto?..."
La sentì forte e chiara nel microfono e la riconobbe subito,
nonostante non la sentisse da molto, molto tempo.
Non poteva dimenticarla...
Quella voce riportò alla memoria di Roger tanti ricordi. Ricordi
piacevoli... Ricordi dolorosi...
"Pronto?!... C'è qualcuno all'apparecchio?..." diceva
intanto la voce.
Roger non disse nulla. Respirava appena.
Improvvisamente si vergognò di aver ceduto a quella debolezza.
"Pronto? Pronto!... Ma chi è?..."
-clik!-
Roger riappese la cornetta. Era furioso. Con sé stesso. Con
lui.
Sospirò.
Però almeno aveva avuto la conferma che lui stava bene.
In quel momento sentì bussare alla porta e andò ad aprire.
Leo era lì. "Roger, dobbiamo andare. Il Giudice sarà
in ufficio tra poco."
"Sì... Hai ragione. Andiamo subito."
E uscirono insieme.
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Lo sguardo si posò nuovamente sul dorso della sua mano destra.
Quella stria chiara e così netta. Si era giustificato in famiglia
dicendo di aver avuto un alterco con un amico e che era stato un incidente.
Sarah però non ci aveva mai creduto davvero, Lij ne era consapevole.
Ma nonostante ciò non si era mai voluto confidare.
Si girò su un fianco continuando a fissare fuori dalla finestra.
Si era alzato un leggero vento e le nubi avevano preso a camminare
più veloci in alto nel buio. Il cielo si era leggermente aperto
lasciando che le stelle donassero un minimo di illuminazione ad un
aere inquieto e triste. Era riapparsa la luna e i suoi pallidi raggi
si erano intrufolati dentro la cella colorando le pareti con uno strano
riflesso argentato. Ed eccola lì, Sirio, e con essa un altro
ricordo....
Estate. Una notte calda sulla riva dell'oceano lungo la costa del
pacifico. Era a San Francisco con i suoi amici per una vacanza e lei
si era unita a loro all'ultimo istante. Il gruppo non ne era stato
molto contento. Avrebbero voluto che Elijah per quella volta fosse
con loro al 100% poiché erano andati lì per fare surf.
E invece lei era venuta a guastare i piani della combriccola.
Poi una notte Lij e Klaudia erano spariti dicendo che andavano a passeggiare.
Lungo la riva con i piedi a mollo nell'acqua fresca stavano osservando
il cielo sgombro da nubi in quella serata quando alle loro orecchie
era giunto un guaito. Si erano guardati intorno senza riuscire a vedere
granché poiché la spiaggia non era molto illuminata
nonostante le fila di lampioni lungo la strada. Poi quel lamento si
era fatto più insistente. Elijah si era messo a cercare e improvvisamente
davanti a loro era apparsa la sagoma di un cucciolo di cane.
Camminava barcollando.
Klaudia si era subito fiondata su quella creatura. Era ferito, sembrava
che avesse avuto uno scontro con un altro cane oppure qualcuno si
era divertito a torturarlo. Ipotesi non da escludere visto la cattiveria
di molte persone. Era piccolo poteva avere 3 o 4 mesi al massimo.
"Poverino... bisogna curarlo" aveva sussurrato piano accarezzando
quella piccola testolina con le orecchie basse.
Erano rientrati furtivamente in albergo e lei si era presa cura di
quel cucciolo malandato.
L'aveva vigilato quasi tutta la notte fino a quando era crollata dal
sonno sul letto. Ma era comunque riuscita a disinfettargli le ferite
tra un guaito e un tentativo di fuga della bestiola.
La mattina dopo tutto l'albergo era stato svegliato da un abbaiare
insistente. Ed Elijah e Klaudia da una affettuosa lavata di faccia.
"Che accidenti..." aveva borbottato lui. Poi aveva spalancato
gli occhi e si era trovato addosso un piccolo cane lupo che lo fissava
con espressione festosa.
"Oh sta meglio!" aveva esclamato Klaudia dall'altro lato
del letto.
E il cucciolo le si era buttato addosso. Lei aveva iniziato a ridere
e il cane a fare talmente tanto casino che il rumore era arrivato
fino alla reception.
"Oddio.... fallo stare zitto, o ci cacceranno...."
Ma non c'era stato verso.
Poco prima di pranzo il gruppo al gran completo aveva lasciato l'albergo
sotto lo sguardo di rimprovero e disappunto del direttore.
Si erano dunque trovati un motel dove erano ammessi gli animali a
patto che stessero buoni però. Ma quel cane sembrava una forza
della natura. Non stava fermo un attimo.
"E io che credevo che sarebbe morto..." aveva pensato sorridendo
Lij vedendolo in quel momento. Era elettrico.
Poi aveva riflettuto su una cosa.
"Senti Klaudia dal momento che ormai non ce lo togliamo più
da torno direi che è il caso di ufficializzare quest'adozione
battezzandolo!"
Lei si era voltata con il viso verso di lui. Era accovacciata sulle
ginocchia con ancora la piccola peste tra le braccia. La luce del
sole aveva dotato di riflessi ancora più chiari i suoi lunghi
capelli biondi che si erano scompigliati a causa di una improvvisa
folata di vento. Gli aveva rivolto un sorriso dolcissimo. E lui per
un istante era rimasto abbagliato da quella donna, la cui bellezza
sapeva diventare ogni giorno che passava sempre più stupefacente.
"Lo portiamo con noi a Cedar Rapids? Lo sai che io non posso
tenerlo a casa mia..." mettendo su un adorabile broncio da bambina.
Al quale lui non sapeva dire di no in nessun caso.
"Lo terrò io, ho sempre desiderato un cane e credo che
la mia sorellina se ne innamorerà a prima vista!"
Allora Klaudia si era rivolta con lo sguardo a quel cucciolo. Lo aveva
fissato negli occhi vispi.
"Ha uno sguardo brillante... che ne dici di Sirio?"
Lij aveva aggrottato le sopracciglia, mentre le labbra si distendevano
in un sorriso.
"Il nome di una stella... e non una qualunque, la più
lucente... sì direi che è un nome che gli si addice
alla perfezione, che ne dici Sirio?"
Per risposta il suo nuovo amico era saltato dalle braccia di lei in
quelle di lui.
"Sì, direi che ti piace!" Ed erano scoppiati entrambi
a ridere.
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Jo decise di chiamare Jessie prima di uscire.. compose il numero,
sperando di ottenere risposta...
Jessie si trovava ancora seduta sul pavimento che stava piangendo
e quando sentì il telefono sobbalzò dalla paura... Si
alzò e con in braccio il suo cane si avvicinò al telefono.
Non sapeva cosa fare. "E se fossero loro?" Si domandò...
Era quasi decisa a non rispondere quando alla fine fu spinta a farlo:
"Pronto?" disse con un filo di voce...
"Signorina Bradford, scusi se l'ho svegliata... sono Joanne Allard.
Volevo dirle che purtroppo bisogna spostare l'appuntamento.."
Jessie fece un sospiro di sollievo... Era felice di sentire che dall'altra
parte del telefono, c'era la voce di Joanne... "Per me va bene
signorina Allard mi dica lei quando..."
"La chiamerò io quando sarà possibile.. scusi ancora.
Arrivederci."
Perfetto, fino a che non avrebbe visto Roger poteva stare tranquilla...
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Si svegliò trovandosi abbracciato ad Alicia... come da programma,
la serata si era conclusa nel migliore dei modi. Si trovava bene con
lei anche se ogni tanto gli era capitato di ripensare a quando lo faceva
con Joanne.. sarà stata la loro conoscenza profonda, la loro
amicizia, ma era un'altra cosa. Purtroppo però non poteva più
vivere quei momenti e si doveva *accontentare* di Alicia anche se lei
non era affatto male...
La sera prima erano andati via tra gli ultimi, Nigel e Jo si erano volatilizzati
prima di loro a conferma del fatto che era lui il suo uomo.. A Tony,
in fondo, andava bene che lei costruisse qualcosa di serio...
Si alzò facendo attenzione a non svegliare Alicia ed andò
a preparare la colazione; dopodiché sarebbe uscito per andare
al Rebellion's House...
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"Signor Thorpe... Mi dispiace, ma non posso assolutamente fare
quello che mi chiede! Ne va di mezzo il buon nome del nostro Country
Club!... Si rende conto?... Quei due ragazzi hanno portato scompiglio
proprio nel bel mezzo dell'Easter Dinner... Proprio sotto gli occhi
del Sindaco e anche alla presenza dei rappresentanti della Stampa, della
TV... Insomma!... Ho *dovuto* sporgere denuncia contro di loro."
David Atkins sembrava davvero irremovibile. Rigido, impettito, con il
tic di aggiustarsi continuamente gli occhiali sul naso, il Direttore
dell'Aurora Country Club non voleva sentire ragione.
Seguendo il proprio piano, Roger aveva lasciato Leo alla Centrale di
Polizia, ed era andato a parlare con il signor Atkins, per convincerlo
a ritirare la denuncia contro Elijah e Kyle.
"Suvvìa, signor Atkins!" Roger cominciava a spazientirsi.
"Sappiamo bene entrambi che nessuno ha riportato danni, e neanche
l'immagine del Country Club ne risentirà. Anzi, gli unici due
che rischiano di soffrirne sono quei due ragazzi. E poi... Non vorrà
farmi credere che quella di ieri sera è stata la sola lite avvenuta
fra le mura del Country Club!?..."
Il Direttore del Club arrossì leggermente. "No... però
è la prima 'rissa' avvenuta da quando io sono stato nominato
Direttore. Insomma!... Sono davvero spiacente!..."
Ma non sembrava invece affatto dispiaciuto.
La bocca di Roger si piegò in una smorfia amara. Va bene. Sembrava
che il Direttore non volesse proprio ragionare. Ma forse si poteva tentare
un'altra tattica.
«Vediamo quanto vale il tuo orgoglio!...» pensò Roger,
mentre infilava una mano in tasca e prendeva il libretto degli assegni.
Molti anni prima, aveva imparato che tutti gli uomini hanno il cartellino
del prezzo, nascosto da qualche parte. Si trattava soltanto di scoprire
la cifra che c'era segnata sopra.
"Mi ascolti, adesso!" Disse Roger con un tono che mostrava
quanto poco incline fosse ora a pazientare. "Immagino che lei si
renda conto che tra le mie conoscenze ci sono molti dei soci del Club,
che coincidentalmente sono miei amici, o soci in affari. E lei sa benissimo
che la presenza di nomi di prestigio fra i vostri iscritti è
vitale per la sopravvivenza del Country Club..."
Il signor Atkins impallidì. Thorpe lo stava minacciando?... "Ma
cosa...?"
Roger lo interruppe con un gesto secco della mano. "Sono disposto
a venirle incontro, e a non fare pressioni sulle mie conoscenze... E
quindi a non chiedere loro di cancellare le loro iscrizioni al Club.
In più... sarò generoso!" Firmò e staccò
un assegno, e lo mise nelle mani del povero Atkins che aveva cambiato
colore in faccia almeno tre volte, passando dal bianco al verde al viola!
"Lo consideri un piccolo regalo per la sua buona volontà..."
continuò Roger seccamente.
Atkins lanciò uno sguardo titubante all'assegno, e il suo volto
cambiò di nuovo colore, questa volta assumendo una sfumatura
tendente al marrone.
"Du.... Duecentocinquantamila... do.. dollari?!?!..." chiese
con voce strozzata. "Per me?..."
"No." disse Roger, serafico. "Non per lei. Per la Fata
Turchina!..."
Per un attimo, Atkins parve un pesce rosso che boccheggiava in un acquario.
Roger lo avrebbe trovato molto comico, se non fosse stato tanto irritato.
"Io... Io... Non so cosa dire... non so cosa fare..."
"Nessun problema! So io cosa deve fare. Adesso lei verrà
con me davanti al Giudice. Andiamo a spiegare che la faccenda della
denuncia è stata solo un grosso equivoco!..." concluse Roger
con un sorriso perfido.
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Amanda era rimasta sola alla villa, dopo che Roger e Leo erano andati
via.
Bé....... sola!!!
C'era ovviamente la servitù, ma non contava. Compresa quella
vecchia impicciona........ Harriet o come diavolo si chiamava. Aveva
uno strano modo di fare, come se si sentisse chissacchì. E
le dava fastidio, anche perché aveva certi atteggiamenti misteriosi
che le ricordavano troppo Lucille Wexler, la donna che fino all'età
di quasi venti anni aveva creduto essere sua madre.
Brivido!!!!! Il ricordo di Lucille era spiacevole............
Quindi, decise di non pensare a Lucille e tantomeno ad Harriet. Comunque
non riusciva proprio a capire perché Roger avesse voluto assumere
quella donna, e soprattutto perché la trattasse con tanta familiarità
e tanto riguardo!!!!!!
In quei mesi, Roger era cambiato. Se ne era accorta, sì. Doveva
essere accaduto qualcosa che lei non sapeva ancora. Ma lo avrebbe
scoperto!!!!!!
Lo conosceva. Ma si era anche accorta che quel _certo_ interesse di
Roger verso di lei non era scomparso......... Altrimenti non avrebbero
fatto l'amore così bene, quella notte!!!!!!!!!
"Bene!!!!!!........ E' tempo di pensare un po' agli affari........"
si disse.
Amanda aveva alcune telefonate da fare a Los Angeles, agli uffici
della Spaulding -Costa Ovest. E quindi spese circa due ore di tempo
a discutere con i suoi collaboratori in California, e a mandare alcune
e-mail.
Senza che ci avesse fatto caso era passata l'ora di pranzo. Ma tanto
lei era abituata a pranzare leggero. E poi non aveva più voglia
di restare chiusa in casa!!!!!
Aria! Aveva bisogno di aria e di sole!!!!!! Tutto il suo corpo desiderava
solo che la bella stagione arrivasse presto. Ormai era abituata al
clima della California, la Terra del Sole!!!!!
E anche se aveva vissuto metà della sua vita nel Midwest, mal
sopportava gli improvvisi sbalzi d'umore meteorologico che erano una
caratteristica di quella zona.
In garage c'era -pronta ad attenderla- la sua auto, una BMW coupé
colore argento metallizzato. Di solito, a Los Angeles, preferiva girare
con l'autista, ma lì ad Aurora, dato che era una cittadina
relativamente piccola, amava guidare.
Così si mise al volante e partì!!!!!!.........
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Jake si era alzato tardi... Durante la notte non era riuscito ad addormentarsi
per via dei ricordi del passato... ma soprattutto per il fatto che avrebbe
rivisto Helen, la sua Helen!!!!!
Dopo essersi sistemato per bene, scese nella hall e posò le chiavi
sul bancone. Uscì dall'Hotel e si avviò... Destinazione?
Il negozio di Helen Bradford.
Man mano che si avvicinava, il suo cuore iniziava a battere sempre più
forte per l'emozione. «Arrivato...» pensò «Dietro
a questa porta c'è lei... La 'mia' Helen...» strano che,
dopo tutto questo tempo, lui la considerasse ancora sua. Ma la cosa
ancora più strana era che lui non portava nessun rancore verso
di lei, insomma, il punto era uno e uno soltanto: voleva rivederla e
anche se lo aveva fatto soffrire tantissimo sperava di poter riallacciare
i rapporti con lei.
Stava per entrare quando decise di sbirciare dalla vetrata e... «E'
splendida!»
Helen stava riordinando dei vestiti quando, sentendosi osservata, si
fermò... Si girò verso la vetrata e lo vide... I ricordi
ma soprattutto il rimpianto di quel periodo esplosero in lei come un
mare in tempesta.
Jake la guardò a lungo con sguardo carico di desiderio ma a tratti
anche triste e cupo... Quando vide Helen girarsi dall'altra parte, ne
approfittò per andarsene... Era stata troppo forte l'emozione
che aveva provato e non avrebbe retto un solo istante di più...
ma l'incontro a due ci sarebbe stato... Eccome, se ci sarebbe stato.
Helen ritornò a guardare fuori dalla vetrata ma lui non c'era...
D'impulso, uscì di corsa dal negozio e lo cercò con lo
sguardo... Ma lui non c'era, sparito... come se fosse stato inghiottito
dall'asfalto... O magari era stata una sua allucinazione? Un fantasma?
No, era proprio lui... Jake Barnes in persona.
«Che cosa ci fa qui, in questa città?» Con questi
pensieri tornò dentro.
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Harriet teneva la lettera di Melody in mano, come se avesse un presentimento...
quella ragazza aveva fatto qualcosa a Roger mesi prima, ed era sparita.
Non era riuscita certamente a far credere quello che aveva detto a Roger,
d'altra parte, ora che la moglie era là, meglio essere più
che prudenti rifletteva Harriet.
Melly le diceva che era molto felice di essere in attesa, ma non sapeva
come fare a dirlo al padre..... e quindi sia per simpatia, sia perché
non aveva altri cui dirlo, lo diceva a lei, anziana e -riteneva- saggia,
e chiedeva consiglio su come informare Roger dell'evento.....
Bel problema, pensava Harriet, molto turbata dalla bomba che stava cadendo
sulla sua testa. Quella ragazza le piaceva... ma non era questo il momento
giusto per informare Roger di una cosa tanto grande.
Svelta si vestì, chiamò un taxi e si fece portare da sua
cugina, per poter telefonare senza che la signora Amanda o altri, la
sentissero.
Giusto che aveva un telefono suo, ma non si sapeva mai, tra Mrs. Kay,
che entrava sempre per prendere ordini...
Non c'era che Virgie, ancora una volta. Lo stomaco le faceva male, come
ogni volta che aveva avuto una notizia a dir poco improvvisa o una delusione.
Ora sul taxi pensava a cosa dire a quella povera donna..... e mille
ricordi le affioravano nella testa. Poi Amanda...... arrivata come un
ciclone, esattamente in quel momento, i guai di Roger con il fatto della
lite alla festa.. non c'era che andare da Virgie e da là chiamare
la ragazza.
Ma come dirle che non era il caso di avvicinarsi proprio ora, che non
era il momento giusto? E senza offenderla, povera donna.......
La verità solo la verità, poteva dire. Magari con una
certa dolcezza.... consolandola...
A casa di Virgie, chiamò il numero che aveva accuratamente scritto
su un fazzolettino di carta.
Virgie come al solito non fece domande, quando le vide la faccia bianca...
Il telefono era là, come un nemico, ma bisognava aiutare quella
povera ragazza, qualunque cosa avesse fatto a Roger.
Quindi la chiamò.....
"Melly? -sono Harriet Foxley- ho ricevuto la tua lettera.... intanto
congratulazioni, un figlio è sempre una gioia.. quando si annuncia,
e ti ringrazio di avere scritto a me -sì cara capisco- solo ti
devo dire una paio di cose che sono accadute nei giorni scorsi. Sai...
a casa è tornata come un fulmine a ciel sereno, senza farsi annunciare, la signora Thorpe."
Qualche secondo, poi: "Tranquilla chiamo da una casa sicura, da
mia cugina- e dalla festa di primavera sono successe tante cose, non
tanto adatte al tuo momento ......ma che dico ......sono confusa anche
io, non saprei darti un consiglio giusto ora." Oddio, pensava Harriet,
ed adesso?
"Sì cara, sono successe tante cose. La signora Amanda non
è quel si dice una persona amabile, neppure per me. Sì,
cara....... ti ascolto, sono sola, e al riparo da orecchie compromettenti,
oltretutto la sposa del signor Roger sta antipatica anche a mia cugina..
beh sì ho una cugina qua ad Aurora e stai tranquilla che è
una vera tomba se le si chiede di esserlo. Se ti capisco cara? Non hai
idea! Comunque adesso è meglio che questa novità la
sappia solo io, al momento, poi vedremo... c'è tempo, no? Mi
hai quasi stordita con questa notizia, ma ti prego, non fare cose di
cui potresti pentirti ora: riguardati e cerca di stare calma..... risolveremo
anche questa." Altra pausa. "No. assolutamente non è
il momento di dirlo al padre - ti prego.... Abbi fiducia in me, e per
favore, prendi carta e penna e scrivi a questo indirizzo, e chiama a
questo numero di telefono se hai bisogno di qualsiasi cosa, ripeto qualsiasi
cosa, denaro, io non ne ho molto, ma ho chi ti può aiutare senza
porsi problemi. Chiama, scrivi quando vuoi a questo indirizzo, anche
ogni giorno, se ti senti sola..... ma mai a casa Thorpe......... sì
cara, non piangere, hai una... anzi due alleate."
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Dopo aver posato la cornetta del telefono, Harriet sospirò, si
dette come se sua cugina non fosse là, con le mani sui fianchi,
in attesa di una spiegazione.
Con un accenno di lacrime negli occhi grigi, alzò la testa. Certe
situazioni si ripetevano al di là del tempo e della ragione.
Doveva mettere al corrente Virgie, la sua forte cugina, che probabilmente
avrebbe protestato un po', ma di certo non si sarebbe tirata indietro,
se la faccenda le veniva spiegata con garbo.
Virgie era ancora là e si stava chiedendo da dove spuntasse questa
ragazza incinta, e che avesse a fare con sua cugina.
Ripresasi un po' Harriet raccontò la "sua" versione
a Virgie, che si sedette al tavolo.
Dunque, quella ragazza era una amica di Harriet, era incinta e chiedeva
aiuto a lei.
Caspita, se erano tornate in prima linea! Pian piano Harriet parlò
dell'amicizia con quella donna, una donna di poco più di 40 anni,
sola, che si ritrovava a gestire una gravidanza e si era da poco stabilita
a Chicago. Non era il caso che si facesse sentire, o peggio vedere con
una lettera in giro, con quella Amanda per casa, tantomeno telefonare,
con tutti i guai che c'erano ora.
"Ok -disse Virgie- scusami un pochino.... ho già capito
chi è il padre, o mi sbaglio?"
"Hai capito, cara mia, come sempre. Ma questo non è il momento
che lui sappia della gravidanza, se mi segui."
Virgie approvò. "La dobbiamo aiutare noi vero?"
"Sì," disse decisa Harriet, "ma solo se lei vuole.
Quindi quando ti chiama o scrive, tu mi avverti con una telefonata,
una scusa qualsiasi, tu sei conosciuta. Ma te la senti di fare da tramite?"
"Certo che me la sento, che domande fai? -Dopo che hai già
deciso tu tutto?- Almeno sai come sta, come va la gravidanza, quando
nasce? Poveretta, sta bene a soldi almeno?"
"Sembra che stia bene, Virgie, sembra.. ma se ha chiamato me solo
ora, qualcosa non quadra, comunque è una donna con un carattere,
è orgogliosa: ha scritto a me solo per sapere come era la situazione
in casa.. La gravidanza è al sesto mese, pare dell'ecografia."
"Vuoi che andiamo a trovarla, Harriet? Così, vediamo come
sta, dove vive?"
"No -disse decisa Harriet- no, tu prendi le lettere, le telefonate,
la tranquillizzi, e poi mi chiami, sei una furbacchiona, Virgie -ma
ora non è il momento, con tutto quello che capita.."
"Ho capito -disse Virgie- ma se un giorno dice che sta male?"
"Beh, a quel punto, vedremo, e speriamo che non succeda mai -da
qua a luglio/agosto possono succedere tante cose, speriamo che la cosa
si concluda al meglio. Sai quanto ti voglio bene Virgie, te l'ho mai
detto?"
"Almeno 10.000 volte -ma io a quest'ora sarei già sulla
strada per Chicago!"
Harriet sorrise. Anche questa era andata. Mel era nelle mani migliori
di Aurora, se non faceva errori di suo.
"Cugina? La cosa non ha fatto piacere neppure a me, troppi ricordi...
Forse non ti passa neppure nell'anticamera del cervello ora, ma io ho
bisogno di un buon legale: quel Leo? Ne vuoi parlare con il tuo prezioso
Roger? -Sono in buoni
rapporti ora?..."
"Certo, Virgie, appena lo vedo gliene parlo e vediamo cosa posso
fare. Ma penso che a me non risponderà di no. Ok?"
"Quindi casomai la ragazza chiama, tu parla dell'avvocato"
dice Virgie.
"Parlo anche di salmone affumicato, cara, se questo può
essere utile alla mia cugina matta."
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Come avevano concordato insieme a Roger, il compito di Leo era quello
di parlare con il Giudice. Il colloquio era durato circa un'ora, e
l'avvocato aveva fatto del proprio meglio per perorare la causa dei
due ragazzi.
Il Giudice ascoltò tutto quanto lui aveva da dire.
Leo fu scrupoloso e esplicito. Per non trascurare nulla, aveva anche
presentato un precedente simile che si era verificato anni prima al
Country Club di Springfield.
In realtà, la questione era semplice. Non era stato commesso
alcun reato.
Il Giudice aveva ottenuto informazioni sia su Elijah che su Kyle.
Nessuno dei due aveva carichi pendenti con la giustizia. Appartenevano
a famiglie rispettate e sembravano proprio avere protettori potenti...
La sola cosa che creava problemi era la denuncia fatta dal Direttore
del Country Club.
E fu proprio in quel momento, che con un perfetto *coup de théatre*
arrivò in scena Roger, accompagnato dal signor Atkins.
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Il richiamo dello shopping era stato forte!!!!! Soprattutto quando,
dopo aver lasciato l'auto e aver cominciato a camminare per le vie di
Aurora, Amanda era passata davanti alla 'Sandy's Boutiques', uno dei
negozi di abbigliamento più esclusivi della città!!!!!
In vetrina c'erano delle autentiche meraviglie, e un abito color albicocca
che era veramente uno spettacolo. Costava anche una bella cifra, ma
Amanda ormai non guardava più i cartellini dei prezzi da anni!!!!!!
Era entrata e aveva provato il vestito in vetrina....... e anche un'altra
mezza dozzina di vestiti. Comprandoli tutti!!!!!!!!
Mentre parlava con la proprietaria del negozio, sentì due giovani
commesse parlottare tra loro e darsi appuntamento in un locale molto
di moda, che sembrava essere fonte sicura di divertimento. E lei aveva
proprio voglia di svagarsi.
Il nome di quel locale, poi, la incuriosiva.
Rebellion's House..............
Era sicura di averlo già sentito da qualche parte....... ma dove???.........
Pagò i suoi acquisti con un assegno e chiese che i pacchi le
fossero consegnati al Goatleaf Lodge. Poi chiamò una delle commesse
e chiese se poteva indicarle come raggiungere il Rebellion's House.
Era molto curiosa di vederlo!!!!!!!
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Joanne arrivò al Rebellion's House contemporaneamente a Tony...
I due si salutarono ed entrarono, pronti per iniziare una nuova giornata.
"Allora... come stai? Ieri poi sei andata via prima di me..."
"Eh sì, non avevo più voglia stare lì, a dir
la verità neanche Nigel, e così siamo usciti. Tu invece?
Sei rimasto ancora tanto?"
"No no... comunque volevo dirti che sono contento per te e Nigel.."
Joanne era stupita.. non si aspettava una frase del genere, allora le
voleva molto bene. "Grazie, mi fa molto piacere.. sai non voglio
perdere la tua amicizia... Alicia, mi sembra la ragazza adatta
non me la lascerei sfuggire fossi in te!!"
"Stai tranquilla che non mi sfuggirà!! Ora è meglio
mettersi al lavoro.." E così dicendo andò a servire
i primi clienti..
Jo lo guardò allontanarsi, piena di speranza... l'amicizia non
era perduta...
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"E voi chi siete?..." chiese il Giudice guardando i due uomini.
"Mi chiamo Roger Thorpe, signor Giudice" rispose Roger usando
un tono rispettoso e formale. "Sono qui come persona informata
dei fatti."
Il Giudice fece un movimento di sufficienza con la testa. "Non
siamo in tribunale, signor Thorpe." Poi lo guardò meglio.
"Thorpe..." ripeté pensieroso. Conosceva quel nome.
Aveva letto degli articoli su di lui. Anzi, per la verità proprio
quella mattina i giornali avevano riportato il suo nome. Associato a
sua moglie, che era una Spaulding.
Poi ricordò: "Lei è una delle persone che sono intervenute
per separare i due ragazzi che si stavano picchiando, vero?"
"Sì, è vero. Conosco entrambi, il signor Wood e il
signor McBride. È per questo che mi sono offerto di fare da garante
per loro, se occorre. Ma sono qui anche per un altro motivo." Roger
si volse verso l'uomo che gli stava accanto. "Questo è il
signor Atkins, il Direttore del Country Club."
"Vedo..." disse il Giudice, socchiudendo gli occhi. "E,
signor Atkins, lei è qui per testimoniare su come si sono svolti
i fatti?"
Il Direttore si schiarì la voce, guardò prima Thorpe,
poi di nuovo il Giudice e infine disse: "Ecco, io... Signor Giudice,
credo di essere stato un po' troppo precipitoso, ieri sera... Sa con
quella storia... Io voglio dire..." piccolissime goccioline di
sudore imperlavano la fronte dell'uomo, ma lui si comportava ugualmente
con tranquillità. "Insomma, ho intenzione di ritirare la
denuncia. Non credo che valga la pena di prendersela con quei ragazzi...
E non ci
sono stati danni... per nessuno, intendo. Così..."
Il Giudice fissò i tre uomini che aveva di fronte, con calma,
uno per uno. Era certamente strano che il Direttore del Country Club,
che solo la sera prima si lamentava del danno di immagine che il Club
poteva riportare da quella piccola rissa, il giorno seguente avesse
cambiato completamente bandiera.
"Mi dica, signor Atkins, lei è qui di sua *spontanea* volontà?..."
Per un breve attimo Atkins parve irrigidirsi. Ma poi reagì. "Assolutamente
sì!... Ho riflettuto su quanto accaduto... e mi sono convinto
che il Country Club non avrebbe nulla da guadagnare dal proseguire con
questa faccenda."
Il Giudice annuì. "Capisco."
Leo si fece avanti: "Signor Giudice, se la denuncia contro i miei
due clienti viene ritirata, allora..."
"Lo so da me, avvocato Flynn... Grazie!" disse il Giudice
con un sogghigno. "Va bene, va bene! Darò immediatamente
ordine che i due ragazzi vengano rilasciati." Raccolse le sue carte
e si alzò in piedi. Nella sua carriera -era giudice da oltre
venti anni- ne aveva viste tante, e parecchio strane, ma non gli era
capitato di vedere darsi tanto da fare per due ragazzini che si erano
solo presi a pugni.
Leo e Roger si scambiarono uno sguardo soddisfatti.
Il signor Atkins prese il fazzoletto dalla tasca e si deterse lentamente
il sudore dalla fronte.
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Musica vivace, arredamento di tendenza, e clientela in prevalenza composta
da giovani!
Amanda ebbe una buona impressione da quel locale. Era entrata e si era
seduta a un tavolo sistemato proprio davanti al palcoscenico. Lei non
era certo il tipo che cercava gli angolini appartati!!!!! Anzi.......
Amava apparire, e se poi c'era uno spettacolo, qualunque fosse, lei
voleva essere in prima fila!
Una cameriera le si avvicinò e chiese cosa voleva ordinare, e
Amanda con un piccolo ma amabile sorriso -che però si fermava
sulle labbra- ordinò un Martini.
Mentre la cameriera si allontanava per consegnare l'ordinazione, e Amanda
faceva scivolare pigramente lo sguardo nella sala del locale, curiosando
-senza un vero interesse- e osservando, fu attirata da un movimento
alla sua destra.
Senza muovere la testa, spostò lo sguardo da quella parte e...
Vide Joanne Allard!
La riconobbe immediatamente e dovette fare un piccolo sforzo per nascondere
la sorpresa!
Joanne stava parlando con la cameriera che aveva preso proprio la sua
ordinazione, e poi anche con un'altra...
Da come si muoveva, l'atteggiamento di chi si trova perfettamente a
proprio agio, e il modo come si rivolgeva alle cameriere...
Non c'erano dubbi!!!!!
Joanne era la proprietaria del Rebellion's House!...
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Joanne aveva appena finito di preparare un martini, quando si accorse
che Amanda era seduta ad un tavolo...nel SUO locale!! Cosa aveva in
mente? Non le era bastata la pietosa scenata di gelosia fatta al Country
Club, ora si divertiva pure a controllarla! Provò l'impulso di
andare a dirle qualcosa ma giunse alla conclusione che l'indifferenza
era l'arma migliore... anche se un po' di spettacolo poteva pure darlo,
mise uno dei suoi cd nello stereo e, mentre
continuava a lavorare, iniziò a canticchiare alcune canzoni...
Mentre serviva
alcuni clienti, Tony cercò di ricordare se aveva lasciato qualcosa
a casa di Jo... La sera prima, invece di tornare in albergo, era andato
nella sua nuova casa. Fortunatamente la signora a cui Lij aveva lasciato
le chiavi era sveglia e così aveva potuto iniziare il soggiorno
in quell'appartamento in un modo molto benaugurante... Aveva pensato
di trovarci Lij ma evidentemente la Polizia lo aveva trattenuto per
la notte...
Appena finito di lavorare sarebbe corso per riuscire a beccare Lij
sveglio e gli avrebbe parlato per accordarsi sulle ultime cose...
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Il Rebellion's House, visto da fuori dava subito un'impressione di originalità.
La porta d'ingresso era di legno con pannelli di vetro e aveva due finestre
sulla strada, non eccessivamente grandi, con un particolare effetto
vedo non vedo... Anche l'insegna era fatta per distinguersi dagli altri
locali: era di legno, in stile antico..
Nigel aveva parcheggiato la moto in un vicolo lì vicino, e poi
aveva camminato fino all'entrata del locale. Dopo di che... Era rimasto
immobile, indeciso se entrare o tornare indietro!... Si sentiva un po'
sciocco. Dopotutto, aveva conosciuto Jo solo la sera
prima.
Però... Quella ragazza lo interessava davvero. Lo aveva proprio
'preso'. E desiderava rivederla. Ma non voleva darle l'impressione sbagliata.
Forse Jo lo avrebbe trovato assillante!...
Forse...
Ma mentre stava facendo quelle considerazioni (per dirla in maniera
educata!), dietro di lui alcuni ragazzi e ragazze cercarono di entrare.
Ridevano, e non fecero per nulla caso a lui. Il risultato fu che lo
trascinarono dentro insieme a loro. Nigel, travolto dalla piccola mischia,
si guardò intorno imbarazzato. Tolse gli occhiali da sole (che
servivano a poco, lì dentro!) e vide Jo dietro il bancone, intenta
a canticchiare delle canzoni, seguendo i brani che
fuoriuscivano dallo stereo, mentre preparava le ordinazioni per i clienti.
I suoi piedi si mossero da soli, prima che il cervello potesse rimettersi
in funzione... Si avvicinò al bancone e la salutò con
un sorriso allegro: "Ciao Jo! Come va?..." "Il massimo
dell'ovvio...."
Jo alzò l'ho sguardo e vide Nigel.. non se lo ricordava così
attraente, era proprio bello... "Ciao!! Sono contenta di rivederti..
allora che te ne pare?"
Fece un cenno con la mano indicando il locale..
"Davvero fantastico!" Nigel guardò l'arredamento e
il palco. "Tu ti esibisci qui?.."
"Sì.. ogni tanto mi *concedo* al pubblico - disse sorridendo
- quella di ieri è stata una performance anomala!"
"Ah..... Non vedo l'ora di assistere alla tua prossima esibizione.
Approfitterò di questi pochi giorni di libertà, prima
di cominciare a lavorare a tempo pieno!..." Tornò a guardare
la
ragazza e fece una domanda che gli girava in testa. "Ma se devi
occuparti del locale... non hai mai del tempo libero per te...? Dico..
che so? Per uscire con gli amici..." E le fece l'occhiolino.
"Bè di solito gli amici li incontro tutti qua anche perché
stare qui per me non è lavoro.. è divertimento! Comunque
quando ne ho voglia riesco sempre a trovare tempo per gli amici davvero
interessanti.. come mai me lo chiedi?" Lo guardò negli occhi
aspettando una risposta..
Nigel esitò. Come gli era venuta in mente quell'idea? Ma ci pensava
dalla sera prima, quando era stato con lei al fiume. "Beh... sai...
pensavo..." Rise del proprio imbarazzo. "Va bene! Ti dico
tutto!... Domani ho in programma una gita, fuori Aurora. Ecco... Mi
piacerebbe tanto se potessi venire anche tu. O pensi che sono troppo
sfacciato a chiedertelo?"
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Era contenta che gliel'avesse chiesto, Nigel era troppo timido per
i suoi gusti ma forse stava riuscendo a svegliarlo un po'. "Verrò
volentieri!! Mi fa piacere che tu me l'abbia chiesto... E comunque,
a me piace la gente sfacciata.."
Lui reagì facendo un mezzo fischio, basso. "Allora dovrò
darmi da fare!..." scherzò. "Diventerò ancora
più sfacciato... Anzi! Comincio subito, e ti chiedo di portare
il costume da bagno!"
Fantastico, il desiderio della sera precedente di poterlo vedere in
costume si sarebbe avverato. "Sarà fatto! Penso che starai
molto meglio in costume che con il vestito di ieri, dato che non era
nel tuo stile
" Nigel si atteggiò a divo del cinema,
in maniera comica, e finse di togliersi di dosso dell'immaginaria
polvere dal giubbotto da motociclista che indossava. Non era un giubbotto
nuovo, ma lui ci era affezionato. Gli abiti da sera non sono il mio
forte, è vero! Io preferisco vestirmi in modo molto più
pratico!..."
"Ma si può sapere dove andiamo o è una sorpresa?"
Gli occhi gli si illuminarono. "Dove andiamo?" Sorrise.
"Sì.... E' una sorpresa!...."
"Bene... mi piacciono le sorprese... Scusa, non ti ho neanche
chiesto se vuoi qualcosa! Offre la casa..."
"Grazie mille! Accetto una birra. Mi fai compagnia?..."
"Ti farò compagnia accendendomi una sigaretta... tanto
qui dentro ho un impianto di condizionamento/riciclo dell'aria che
è fantastico... Allora come mi trovi nel mio habitat? Ieri
mi hai detto che non vedevi l'ora di vedermi qui..."
"E' vero... E infatti eccomi!... Sono molto colpito. Mi piace
questo posto. Hai fatto un gran bel lavoro!" Nigel mandò
giù un sorso della birra che lei gli aveva messo davanti. "Ho
sempre pensato che Aurora fosse una città piuttosto legata
alle proprie tradizioni... Hai avuto molto coraggio a costruire tutto
questo, da sola!"
"E' stata la voglia di riuscire che mi ha permesso di farcela..
inoltre qui avevano bisogno di un posto proprio come questo ed io
gliel'ho dato
"
"Su questo hai ragione in pieno!" Nigel era sinceramente
infervorato.
"Questo locale è la mia vita
"
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FINE
TREDICESIMA PUNTATA
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