DICIANNOVESIMA PUNTATA


Si svegliò presto quella mattina, purtroppo non si trovava più a Wind Point con Nigel. Era a casa, Joanne, e alle 14 avrebbe dovuto aprire il Rebellion's House che fortunatamente era ancora integro nonostante fosse rimasto in balia di Tony per
una giornata intera. Decise di chiamarlo per domandargli se sarebbe venuto al lavoro, dato che il giorno precedente l'aveva lasciato libero..
"Pronto?"
"Ciao Tony... so che, per gli orari che abbiamo, è presto ma volevo chiederti se oggi vieni al lavoro..."
"In effetti è un po' prestino ma fa lo stesso... comunque sì, vengo. Io non vado a fare le gite sul lago...."
"Ah ah, davvero spiritoso! Per una volta che mi prendo una vacanza... Allora ti lascio riposare ancora un po'... pigrone!"
"Brava, vedo che hai capito. Buonanotte ci vediamo più tardi!"
Per qualche strano motivo erano tornati amici come prima e sembrava che il momento di crisi fosse passato... forse non era davvero innamorata di lui... Non le importava cosa fosse accaduto di soprannaturale per farli ritornare come al
passato, era felice così. Aveva un ragazzo, un amico fantastico e un locale famoso da mandare avanti...
Quell'ondata di buonumore le mise fame e così si diresse a far colazione.


Roger aprì gli occhi e si passò una mano fra i capelli. La prima cosa che riuscì a mettere a fuoco fu il fascio di luce che
entrava dalla finestra e illuminava la riproduzione del *Dolce far niente* di John William Godward. Era nella camera da letto di Amanda...
Sentì il calore che emanava dal corpo addormentato di lei.
Dormiva rannicchiata contro di lui, tutta appoggiata a un suo braccio.
E fu in quel momento che dovette prendere atto della realtà.
Non provava nulla.
Non c'era la minima traccia di emozione in lui. E si chiedeva il perché. Eppure, quella notte, era stato proprio lui a cercarla, a volerla.
Adesso, alla luce del sole, si rendeva conto che quella situazione non era più sostenibile. Doveva prendere una decisione.


Virgie aveva preparato tutto in pompa magna: un tavolo per quattro persone con due soli coperti comodi, le sue migliori porcellane, aveva cacciato fuori le posate d'argento, una tovaglia da capogiro, ed un carrello a tre piani per i tre tipi
di vini e liquori che si legavano eccellentemente con i tre tipi di menù che aveva fatto preparare.
Non sapendo i gusti di Mr Flynn, aveva fatto preparare un menù francese, uno cajan, ed uno tipico americano, ma molto casual.
Mr Flynn non riconobbe subito la donna opulenta che gli andò ad aprire di persona.
"Per la signora" disse, porgendo una piccola ciotola con dentro una decina di gardenie.
"Ahahha!!! Virginie Lovely, guarda caso la sua cliente" rise Virgie "sono io."
"Oh," si riprese Leo "ma lei è molto più giovane di quanto ricordassi." Intanto pensava che quella era decisamente matta. Apriva la porta da sola con almeno un mezzo chilo di pietre di valore sparse su di un abito a dir poco indecifrabile e tacchi a dir poco vertiginosi... che scherzo gli aveva combinato Roger?


Nel sonno, Amanda stava percorrendo un corridoio. Quella era villa Wexler, e ad un certo punto, in una stanza, vide una ragazzina dai lunghi capelli scuri che suonava Chopin al pianoforte. Ma non voleva ascoltare quella musica............
Perché quella musica le ricordava Ben. E lui l'aveva lasciata da sola................
Continuò a camminare.
Ora il corridoio l'aveva portata alla Spaulding Mansion. Da qualche parte doveva esserci suo padre.................
O era suo fratello??..................
E invece non c'era nessuno!!!!!
Proseguì il cammino.......... Quel corridoio pareva non avere fine............
Si ritrovò a correre............
E ora era al Goatleaf Lodge...........
"Roger?........... Roger??............." chiamò. Ma le stanze erano vuote, anche lì non era rimasto nessuno.
Era sola?...................
Nonononononononononoooooooooooooooooooooooooooo
"Roger.............. Ti prego................ Non lasciarmi anche tu................." mormorò nel sonno.


Eccola.... fastidiosa la luce del sole che gli puntò dritta in faccia.
Non aveva chiuso neanche le persiane quella notte. Era davvero insolito che tutta quella grazia divina che gli inondava la stanza non lo avesse svegliato al primo sottile raggio luminescente infiltratosi insolente nella sua stanza.
Lij aprì lentamente prima un occhio esplorando intorno a sé.
Poi si sforzò di sollevare anche l'altra palpebra.
"Mhhh...." mugugnò.
Pianto...un pianto riecheggiava ancora nelle sue orecchie.
E la voce di una donna si sovrapponeva a quella di un infante in un triste lamento.
«Avrei avuto un figlio se...» fu il suo primo pensiero. Ma la fine della frase gli morì in gola.
Si toccò il collo e lì per lì fu sorpreso di non sentire quel monile tanto familiare. Ma poi ricordò. Tutto quello che era
successo il pomeriggio del giorno precedente.
Verità che lo avevano travolto come un fiume in piena.
Si alzò a sedere. Che ore erano?
Mattina....
«Oh santo cielo! Ho disertato al lavoro e non ho neanche avvertito! Ci manca solo che mi licenziano...» improvvisa constatazione.
Si alzò e lentamente si diresse verso lo specchio. Non aveva un bell'aspetto.
In bocca ancora il sapore dell'alcool.
«Mi viene da vomitare....» fu il suo terzo pensiero.
Sdraiato sul letto con una pezza di acqua fredda sulla fronte. Svuotato lo stomaco in modo violento, un terribile mal di testa era venuto a fargli compagnia. Tanto perché non si sentisse troppo solo.
Sirio lo fissava preoccupato. Il suo cane era rientrato in casa grazie alla signora del piano di sotto che gli aveva aperto la porta.
Aveva atteso il suo padrone tutta la notte e l'aveva visto rientrare molto tardi. Avanzava molto attentamente al buio senza accendere nessuna luce. Poi si era meccanicamente spogliato ed era caduto in coma sul letto.
"Ahh ....la mia testa..." mugolò.
Gli occhi di lei invasi dalle lacrime ancora in mente.
La propria rabbia di fronte a quelle rivelazioni inaspettate.
Violenza su violenza.
"Come hai potuto.... non avevi il diritto di farlo..." sussurrò al nulla.
Fissava il soffitto. Dove innocenti e colpevoli si inseguivano. Ombre e sangue. Chi bracca chi? La colpa è sempre da una parte sola?
Forse avrebbe dovuto intuire qualcosa tanti anni prima… vedere una certa stranezza in quel repentino cambiamento di lei…
"Che fai Lij la difendi forse? Che ne sapevi che era incinta... devi essere ancora ubriaco..."
La testa sottosopra I pensieri sconnessi.
"Sono al polo sud.... o al nord forse... non so..." Connessioni disturbatissime e a tratti interrotte.
Dimentica.... dimentica... una litania si insinuava tra i pochi neuroni attivi quella mattina nel suo cervello.... dolce veleno per dimenticare e sprofondare nell'oblio....
"Amor, ch'a nullo amato amar perdona, Mi prese del costui piacer sì forte, Che, come vedi, ancor non m'abbandona… "
Perdonare… capire… comprendere… non erano verbi contemplati nel suo nuovo vocabolario.
Questo amore deve abbandonare codesti lidi… il piacere di esso deve essere inghiottito nel buio della notte.
Attraversa le acque scure su questa barca sgangherata e sprofonda nel vortice nero.
Trascinato giù dalla corrente. Sempre più nell'abisso della dimenticanza.
Klaudia era stata un fantasma ossessivo in tutti quegli anni.
Maledizione che sbatteva contro i vetri delle finestre e frantumava gli specchi.
Urlava nei sogni mentre lo colpiva forte al cuore per poi carezzarlo sul viso col suo ricordo rimbombante.
Occhi azzurri che si riflettevano sulla superficie di un lago.
Ora c'era il nulla sospeso nella chiara luce di quella mattina... non ricordare... non rimuginare... troppo male... basta.
"Non voglio più pensare a te ....ti dimenticherò costi quel che costi...." si disse tra sé e sé. "Donna bugiarda.... ti strapperò a forza dal mio cuore che tu hai tanto maltrattato..."
Lasciò penzolare un braccio nel vuoto. Respirò profondamente sperando che quel senso di oppressione che gli attanagliava il torace allentasse la morsa.


Amanda lo stava chiamando mentre dormiva?!...
Quella era una cosa sorprendente, inaspettata. Ma non c'era possibilità di errore. Era proprio il suo nome che lei stava
mormorando.
Roger la scosse piano, con dolcezza.
"Amanda..." la chiamò in un sussurro. "Sono qui... Svegliati, cara. E' solo un brutto sogno..."
Ma lo era davvero?
Oppure, la coscienza addormentata di Amanda le faceva prevedere quello che sarebbe stato il futuro?...
Lei aprì gli occhi, spalancandoli su di lui. Ci mise parecchi secondi prima di riuscire a capire che quella era la realtà e non più il sogno.
Deglutì. "Io........... Io, non........ Stavo sognando?........." disse. "Sì....... stavo solo sognando........"
"Sì. Stavi solo sognando. Ma... Non mi sembrava un sogno tranquillo. Va meglio, adesso?" Roger la scrutò. Lei era piuttosto pallida, e inquieta.
Amanda rise in maniera leggermente imbarazzata e maliziosa, come una bambina colta con le mani nel barattolo della marmellata. "Non so proprio cosa mi stia succedendo in questo periodo..........." Fece un profondo respiro, e poi usando
un tono volutamente sensuale, aggiunse: "Buongiorno, tesoro!............ E' stata una notte fantastica! Grazie!!"
Non doveva essere stata una notte così fantastica, se Amanda aveva addirittura gli incubi!... Dissimulò un sospiro in un respiro più profondo del normale. "Spero sinceramente che sia un buongiorno..." rispose.
Tuttavia, almeno nelle sue intenzioni, quella era stata l'ultima volta che divideva il letto con Amanda Spaulding.
Quel giorno stesso avrebbe chiamato Leo, perché avviasse le pratiche per il divorzio.
E tuttavia, quel pensiero non gli sollevò il morale di un millimetro.


Però!...
Dopo aver fatto un rapido conto sulla casa e su quei gioielli indubbiamente costosi, Leo pensò che forse il gioco valeva la candela: forse la vecchia Lovely era veramente una vacca da mungere.
A tavola, dovette assaggiare un po' di tutto, e fare paragoni sulle cucine tipiche. Senza dubbio quella era una cucina a cinque stelle, mandò in pancia molto più del doppio di quanto era abituato a fare, e difficilmente si sarebbe dimenticato della zuppa creola. Era già troppo intontito dal cibo e dai vari assaggi dei vini, quando si rese conto che era là per lavorare.
La stravagante signora non aveva ancora parlato del suo problema, ma dava a vedere che aveva gradito molto l'apprezzamento della sua tavola... una settimana a quel regime e sarebbe scoppiato.
Invece la signora, molto più lucida di lui, portando cinque o sei bottiglie di liquori, incominciò a parlare.
"Bene ora che la cameriera si è tolta di mezzo, io le devo dire il motivo per cui lei è qui. Caro avvocato, ho un grosso problema."
"Mi dica, l'ascolto. Spero di essere alla sua altezza" disse Leo soffocando uno sbadiglio "Signora, lei si è prodigata tanto, non mi farebbe portare un caffè forte? Poi verremo al suo problema."
"Già pronto" urlò Virgie "non si muova!"


Era stata un'autentica sorpresa, per Kyle, scoprire cosa celassero le fondamenta del Caprifoglio.
L'ambiente era pulito, abbastanza spartano, ma non mancavano alcuni comfort. Il signor Thorpe aveva fatto le cose a puntino, e ora Kyle aveva il dubbio di non conoscerlo affatto, di non sapere nulla di quell'uomo. Doveva ammetterlo. Lo aveva sottovalutato. Sapeva che era un amico di suo padre. Ma forse non erano poi così amici, perché in effetti pareva che la loro fosse solo una conoscenza superficiale. E a quel punto, si stava chiedendo se esistesse al mondo qualcuno che potesse dire di conoscere Roger Thorpe veramente a fondo. Lui ne dubitava.
Aveva dormito poco, anche se il letto era confortevole.
Quel nascondiglio, dove Thorpe lo aveva portato, era il posto dove avrebbe dovuto restare per un certo tempo. Tempo che era ancora difficile quantificare.
Il posto era una specie di bunker, realizzato "così aveva capito Kyle" nei sotterranei della villa dove Roger viveva.
Non mancava niente: c'era abbastanza spazio, la luce elettrica, servizi igienici, un impianto di aerazione e aria condizionata, telefono con linea interna ed esterna, radio e TV, e perfino un computer con collegamento ad Internet a larga banda. Mancavano però le finestre, ovviamente, dal momento che il posto era scavato nel sottosuolo. Ma sembrava proprio che Thorpe non fosse un tipo che amava lasciare qualcosa al caso.
Aveva anche pensato a fargli trovare un frigo pieno di provviste per almeno un mese. La sola cosa che non poteva fare, era uscire di lì. Non che fosse chiuso a chiave. Era un ospite, non un prigioniero.
Ma il signor Thorpe era stato molto chiaro.
"Per ora devi restare qui, se non vuoi che gli uomini che ti hanno mandato all'ospedale ti trovino e ripetano il lavoro. La prossima volta potresti non essere altrettanto fortunato!..." gli aveva detto senza mezzi termini.
E Kyle sapeva che lui diceva la verità. Ma lo faceva impazzire il pensiero di doversi nascondere, soprattutto perché era preoccupato per Jessie. Lui ora era al sicuro, lì in quel nascondiglio, ma lei?...


No. Non doveva pensare a Jessie. Altrimenti avrebbe davvero perso il senno.
Roger aveva promesso che si sarebbe occupato lui di proteggere la ragazza. Quindi tutto quello che poteva fare era aspettare. E nel frattempo esplorare la sua nuova 'casa'.
Le pareti erano di mattoni e cemento, negli ambienti che erano evidentemente più recenti, e di nuda roccia in altre stanze, probabilmente quelle più antiche, che avevano tutta l'aria di risalire alla fine dell'Ottocento. Più o meno il periodo in cui era stata edificata la villa. Il signor Thorpe aveva accennato qualcosa sul fatto che il passaggio segreto e parte dei sotterranei risalivano al periodo della Guerra di Secessione. Poi erano stati riutilizzati da qualcuno negli anni del Proibizionismo. Roger, quando aveva acquistato la casa, era venuto in possesso di alcune mappe molto antiche e così aveva scoperto il segreto del Goatleaf Lodge. In effetti il sotterraneo e i cunicoli segreti che si snodavano lungo varie parti della villa non risultavano dalle mappe catastali. Allora, proprio perché la filosofia di Thorpe è che 'non si sa mai', aveva provveduto a far ristrutturare e modernizzare quei locali da persone fidate. Ed in effetti aveva avuto ragione, perché in quell'occasione quel nascondiglio era tornato molto utile.
Kyle si era svegliato con la sensazione di trovarsi su un altro pianeta. Gli eventi degli ultimi giorni si erano susseguiti senza dargli quasi tempo di respirare.
Molte immagini vorticavano nella sua testa. Pensieri, volti, voci. Tutto si sovrapponeva, sfumava da una cosa all'altra, seguendo un filo che non aveva nulla di logico.
Jessie si era preoccupata per lui... In effetti era lei che lo aveva salvato.
E Roger... Quell'uomo aveva legami con la CIA?... Come era possibile?!...
Infine... Suo padre. Il buco nero della sua esistenza.
Rise amaramente. Aveva fatto molto di più per lui, il signor Thorpe, un estraneo!, che non suo padre. Ma del resto, Kyle non si aspettava nulla dall'uomo che lo aveva messo al mondo. Sicuramente, in quel momento, Kevin McBride aveva ben altre preoccupazioni, che non chiedersi cosa fosse successo a suo figlio.
Si sedette su un divano, con la radio in sottofondo che mandava musica leggera. Le ferite gli facevano ancora male, e i medici gli avevano detto, prima che lasciasse l'ospedale, che doveva continuare a prendere alcune medicine, e gli avevano anche dato degli antidolorifici. Magari avessero anche potuto dargli una medicina per tirarsi fuori da quel
guaio!
Muri di pietra non fanno una prigione, né sbarre di ferro una gabbia...
Erano le parole di una poesia. Non ricordava neanche più quando e dove l'aveva letta o sentita. Ma si adattavano perfettamente alla sua situazione. Era prigioniero. Ma la sua prigione non era fatta di muri o di sbarre. Era fatta di paura e di terrore. Ed era una prigione dalla quale non si poteva evadere.


Il pranzo fu silenzioso. Sembrava che nessuno dei due, né Amanda né Roger, avessero voglia di parlare molto.
La cuoca aveva fatto dell'ottimo salmone alla griglia con contorno di verdure gratinate. Il cibo era delizioso... Ma Roger non aveva affatto appetito. Lasciò metà del salmone nel piatto, gettò il tovagliolo sul tavolo e si alzò in piedi.
"Sarà meglio che vada, ora. Ci vediamo stasera, Amanda," disse.
"Roger!........." lo chiamò lei. "Tornerai presto?........."
"Non lo so..." Lui scrollò le spalle. "Non aspettarmi alzata. Ho varie cose da fare, e quindi è probabile che io torni molto tardi."
"Come vuoi........." Amanda parlò con lieve noncuranza. "Ma...... Volevo sapere se hai già prenotato i biglietti e l'albergo per Chicago."
Roger si fermò. Chicago?... E poi ricordò.
Il fine settimana che aveva promesso di passare con lei...
Lo aveva completamente scordato.
"Naturalmente!" Mentì. "Non preoccuparti. È tutto sotto controllo. Allora, a stasera!"
"A stasera, caro!........."
Roger uscì in fretta. Non sopportava di restare ancora neanche un solo minuto in quella stanza, con Amanda.
Avrebbe dovuto inventarsi una scusa plausibile. Perché "ovviamente" non aveva alcuna intenzione di andare davvero a Chicago con la sua attuale moglie.
Quel fine settimana si sarebbe rivelato un incubo, altrimenti!...
All'entrata, proprio mentre stava uscendo, vide la copia del giornale del mattino, che non aveva ancora avuto modo di leggere.
La prese, gettando un'occhiata alle notizie della prima pagina. Per un attimo rimase incredulo. Poi rilesse per una seconda volta il titolo di una notizia.
«Trovato in un vicolo il cadavere di un investigatore privato»
Gli bastò leggere le prime dieci righe dell'articolo e non riuscì a trattenere un gesto irritato, accompagnato da una esclamazione cruda.
Il corpo di quell'investigatore era stato identificato. Era Armand Nosset.
Ed era stato assassinato!...


"Ebbene caro avvocato, ora che ci siamo rifocillati, le spiego il mio problema. Lei sa che attività frenetica ho io? No, non lo può sapere: allora da un mini market all'altro che io gestisco, ci sono ben 56 miglia. Le sembra normale
che io non abbia la patente di guida? Ebbene è così."
Leo intanto pensava.... «È matta, con tutti soldi che le girano tra le mani...»
"Fino a dieci mesi fa io avevo la mia Ford, la mia patente e non ero depressa. Ora mi devo aggiustare a farmi portare in giro da un tassista bravo e carino, figlio di una mia dipendente cubana, mia cugina dice che dovrei assumere un autista,
ma la cosa per ora non è per me. Sicuramente un giorno lo farò, ma lo deciderò io, non sono una vecchia matta che non vuole saperne di invecchiare, per questo la mia è una questione di principio al momento. Vorrei poter fare qualche isolato senza rendere conto a nessuno di dove vado, andare a pregare se lo ritengo necessario, all'ora che mi pare... Poi, non la prendo in giro, tra dieci mesi scade il mio brevetto annuale di volo"
«Volo?!... Brevetto annuale?!...» pensò Leo «Aiuto!...»
"Ooh.... non ho spiegato bene, io non volo da anni, ma sono una delle superstiti dall'AAC, associazione delle donne pilota che nella guerra mondiale, facevano voli per lo più notturni per l'esercito oltremare. Trasportavamo armi, cibo e altre cose.....ma lei non può saperlo forse non era nato ed io ero giovanissima. Praticamente ogni anno per tanti anni ci siamo ritrovate alle parate, anche se siamo parte del cosiddetto "The Forgotten Pilots" ma ci basta avere le nostre ali dorate da portare sulla giacca... Ogni anno manca qualcuna, e quest'anno non vorrei essere io, considerando che sono viva e vegeta. Noi ausiliarie eravamo tutte figlie di famiglia che in qualche maniera avevamo imparato pilotare sui piccoli aerei con le ali di tela. Eravamo giovanissime, io mi arruolai a 18 anni, e......ma questo che le interessa a
lei?"
Leo disse solo: "Oohhhhhhhhhhhhhhh" con la faccia stupitissima. «Ed ora? Magari questa pazza mi vuole far fare un giretto per farmi capire che sa volare bene ancora........ Roger, questa me la paghi! È forse la tua vendetta per la storia con Mabel?!...» pensò disperato.
Ma era stato ormai incastrato, e quella faccenda che a lui appariva grottesca, era sicuro che per Roger sarebbe risultata terribilmente comica!...


Roger entrò al Rebellion's House, che era già quasi pieno di clienti, e cercò con gli occhi la figura esile e minuta di Joanne.
La vide di spalle e le si avvicinò.
"Joanne...... ciao," la salutò con un tono di voce basso.
Jo si girò di scatto. "Roger! Mi hai fatto paura! Dai siediti... prendi qualcosa?"
"Sì, grazie, ma... Sediamoci in un angolo più appartato. Vorrei parlare un po' con te di alcune cose," rispose lui, accompagnando le parole con un gesto affermativo del capo.
"Va bene Roger... andiamo a sederci nella stanza di là..." Si girò verso Tony facendogli un cenno con la mano per indicare che si allontanava un attimo..
Tony vide il cenno di Joanne. Cosa andava a fare in quella stanza, da sola, con Roger Thorpe?? Aveva fatto qualche domanda in giro e su di lui non era uscito niente di buono... era seriamente preoccupato per lei..
Roger e Jo i sedettero ad uno dei tavolini sparsi al centro della stanza. "Ti trovo in splendida forma..." disse lui guardandola e dedicandole un mezzo sorriso. "Sono contento. Le cose vanno bene?"
Lei rispose a quel mezzo sorriso.. "Sì vanno bene.. alla festa del Country Club, data la tua assenza, ho trovato un accompagnatore molto...bello... Invece tu non mi sembri molto felice, sei teso... cosa c'è che non va?"
Roger si prese un lungo attimo di pausa prima di rispondere. E il suo sorriso divenne amaro. "Davvero?... Forse non sembro felice perché non lo sono." Sbuffò. Joanne era molto perspicace. Ma non poteva certo parlarle di Amanda. "Ho qualche problema... E sto cercando delle soluzioni. Ma non mi va di pensare a queste cose, ora. Sono qui perché volevo vederti. E se non sbaglio, anche tu volevi parlarmi, vero?"


"Bene avvocato, forse l'ho annoiata... ora le racconto il mio problema: dieci mesi fà, verso le due di notte, dovetti scattare giù dal letto perché la sicurezza mi aveva chimato per un allarme al minimarket sulla decima strada. Quindi velocemente mi vestii, presi la mia Ford, partii rapidamente, dimenticandomi a casa la borsetta coi miei documenti, carta di circolazione e patente di guida. Ero molto preoccupata, nella zona dove andavo c'erano stati molti furti in quei tempi e pure due morti, non so se mi capisce," raccontò Virgie.
«Ahio» pensò Leo Flynn «ora si ride!!!!»
"Appena fuori Aurora, che succede? Scatta il rosso al semaforo ed io mi fermo, ovviamente, ero tesa, ma ben sveglia. Quello di cui non mi ero accorta era che una pattuglia della Polizia mi stava seguendo... ma non avevo fatto niente di strano, mi sembrava..."
In quel momento suonò un campanello forte come la sirena di una fabbrica.
Appena ripresosi dallo sproloquio, Leo pensò che forse la sua opera era finita quel giorno, ma si stava sbagliando.
Era Harriet.
"Entra impicciona" disse Virgie, "sto raccontando a Mr.Leo la carognata di quella poliziotta. Dovresti convincerlo anche tu che..."
Mr.Leo spuntò con la sola testa dallo stipite della porta, quasi sollevato dalla vista di Mrs Harriet: quella signora gli faceva molta simpatia.
"Ah, Mr Leo... Sono venuta solo per sapere se lei accetta il caso di mia cugina..."
"Ma se ancora non gli ho raccontato nulla!!!!" esplose Virgie.
Leo gemette, ed ora che altro c'era?
Cercò di prendere la parola, ma ogni tentativo fu vano.
Virgie ripartì in quarta, rossa in faccia, con le sue recriminazioni, per altri dieci minuti, finché Harriet attirò la sua attenzione, e si toccò un orecchio, gesto che fece correre via Virgie con una scusa..
Quando tornò aveva i capelli spazzolati ed una pila di documenti sotto braccio, per fortuna di quel povero diavolo di Leo.
"Santa Maria Vergine... avvocato... ci ha capito qualcosa?" chiese Harriet.
"Sinceramente, per ora ho capito poco e mangiato troppo, Mrs. Foxley sua cugina è una donna eccezionale...."
"Virgie, lo devi dire all'avvocato... non è una vergogna, anzi ti avrebbero dovuto dare una medaglia!" insistette Harriet con un certo cipiglio.
Virgie arrossì ancora di più se possibile. Era una cosa che l'aveva sempre imbarazzata.
"Mr. Flynn, se mia cugina permette, le spiego io cosa successe tanti anni fà. Per un avaria ad un motore di un aereo 'storico' durante le prove di una parata un motore prese fuoco. Virgie dovette atterrare sull'erba, miracolosamente ci riuscì ma mentre cercava di tirare fuori la copilota, scoppiò l'altro motore. Si salvarono ambedue, ma Virgie rimase lesa leggermente ad un orecchio. A giorni ci sente benissimo, altrimenti, deve portare un piccolissimo apparecchio acustico. E di solito, quando esce lo porta."
"Ecco qua" esclamò Virgie "E' detta. Io vorrei sapere come poteva saperlo quella particolare poliziotta, considerando che l'incidente accadde nel 1953."
"Ah" disse Leo Flynn, "e quella sera lei l'aveva?"
"Certo!" rispose Virgie "ora ce ne sono piccoli come bottoni da camicia. Forse con quella perquisizione da delinquente mi scappò via.... Tantoché appena uscita di galera ne comperai immediatamente uno nuovo. Ed ora ho sempre quello di riserva."
"Ok... Mrs. Virgie, e... della macchina che ne è stato?"
"Ecco.. io ne ho fatto richiesta almeno cinque volte, sono andata al deposito della Polizia, ma non me l'hanno mai meppure fatta vedere. Qua ho le copie delle richieste, ma pare che nessuno sappia dove sia. Il rivenditore me la riprendeva dandomi una buona cifra...... aveva solo 23.000 miglia, se ne interessò pure lui di persona, ma non c'è mai stato niente da fare."
"Lei Mrs. immagino che abbia ancora l'atto di proprietà, la carta di circolazione" chiese Leo speranzoso.
"Come no!" Rispose Virgie. "E' tutto qua."
"Bene........." Disse metitabondo Leo. "C'è qualcosa che non mi sembra chiaro: la Polizia dovrebbe rendere i veicoli, quando non sono corpi di reato. E già due mesi sono troppi.."
Harriet sopirò. Se quella benedetta donna avesse parlato prima!!!!!! Tutti così nella loro famiglia, grande famiglia di pazzi, che ora si riduceva a poche persone, anzi a loro due sole, volendo essere giusta.
"Virgie, portaci un buon caffè. A Mr. Leo piace forte."
Uscita Virgie, Harriet chiese a Leo se pensava di riuscire a fare qualcosa.
"Eh..." disse Leo "Temo che sua cugina abbia qualche nemico, sarà un bel lavoro, ma ma spero di potercela fare, a proposito, quando sarebbe quel raduno delle Aquile?"
"Tra due mesi esatti!!" Strillò Virgie dalla cucina, e dopo due secondi apparve con caffè e liquori, sorridendo.


Joanne decise di non insistere oltre... "Certo che sì! Devo parlarti di due cose... potremmo partire dalla cosa più leggera, Jessica Bradford..."
"Ah, sì... Mi avevi accennato di questa faccenda..."
"Mi ha chiesto di lavorare qua e mi ha detto che prima lavorava da te... dimmi un po' qualcosa su di lei..."
Roger scosse la testa. "Jessica lavora ancora per me. E' una delle cameriere del mio pub. Posso dirti che è una bravissima ragazza. Ma... Non credo che vorrà ancora lavorare nel tuo locale. In effetti ha cercato di licenziarsi. Però non ho accettato le sue dimissioni. E se dovesse tornare da te chiedendoti lavoro, ti prego di dirle che non puoi assolutamente assumerla. Jessica non deve allontanarsi dal Lighthouse. Per nessuna ragione. Non posso spiegarti i motivi, ma è vitale che lei resti dove io posso sorvegliarla."
"Va bene Roger, tra l'altro è meglio così perché non ho proprio bisogno di altri dipendenti ma mi dispiaceva non assumerla...Comunque ora possiamo passare all'argomento due, Amanda..."
"Amanda?...." questa volta, Roger era genuinamente sorpreso.
"Sì Amanda. sai la tua cara mogliettina? Ha dei complessi!! E' venuta a dirmi di lasciarti stare perché sei solo suo! Ma come si permette?? Non sa neanche come stanno le cose!!! E poi il giorno seguente si presenta qui e mi dice che diventerà una cliente affezionata!!!"
Si era alquanto agitata e cercò di darsi una calmata... in fondo Roger non ne poteva sapere niente.
Il respiro di Roger si fece profondo. "Amanda è una persona insicura..." Era il destino che si faceva beffe di lui. Non avrebbe voluto affrontare quell'argomento, e invece eccolo lì!... "Le cose non vanno bene tra noi... Ma non pensavo che sarebbe arrivata a tanto. Non devi farti strane idee. Amanda non è innamorata di me. E non credo che sia gelosa. Purtroppo è una Spaulding. Ed è molto possessiva, come tutti quelli della sua famiglia. Io... ho pensato molto alla nostra situazione. E credo che non ci sia altra soluzione che il divorzio. Non so se tu puoi capire... Per me non è facile perché... Ho già diversi matrimoni sbagliati alle spalle. Ma... Non so per quale motivo, prima non mi importava. E penso che Amanda abbia capito, che ho intenzione di divorziare."
Scrollò le spalle. Non sapeva neanche per quale motivo stava raccontando tutte quelle cose a Jo. "Immagino che non sia facile neanche per lei. Comunque non aveva alcun diritto di dirti quelle cose. Mi dispiace. Parlerò con lei... stasera stessa. Non posso garantirti che non ti creerà altri problemi, ma farò quello che posso."


Per quanto continuasse a pensare, non vedeva soluzione. Aveva paura...........
Nessun dorma!... Nessun dorma!...
Tu pure, o Principessa,
nella tua fredda stanza
guardi le stelle che tremano
d'amore e di speranza!

Amanda era seduta in una delle comodissime poltrone del salottino piccolo, al primo piano del Caprifoglio. Lo stereo acceso, volume soft, diffondeva la voce di Placido Domingo sulle note della Turandot di Puccini..................
Aveva commesso molti errori. Lo sapeva. Le sembrava quasi di vedere i suoi errori sotto una forma fisica e tangibile circondarla puntandole contro un indice accusatorio.....................
E ora............?
Ma il mio mistero
è chiuso in me,
il nome mio nessun saprà!
No, no, sulla tua bocca lo dirò,
quando la luce splenderà!

L'ultimo errore poteva esserle fatale. E antiche paure si stavano riaffacciando.
Perché?............. Perché lo aveva fatto????? Quel viaggio in Europa era stato uno dei più grossi sbagli della sua vita. Ma ora doveva affrontarne le conseguenze. E la cosa peggiore era che stava perdendo l'appoggio di Roger.
Ed il mio bacio scioglierà
il silenzio che ti fa mia!

Il problema, principalmente era uno. Gabriel sapeva dove trovarla, se voleva. Quindi fuggire era inutile. E poi lei non era il tipo che si nascondeva!!!!!!!
Il nome suo nessun saprà...
E noi dovrem ahimè, morir, morir!...

La sua vita non era stata mai facile. Aveva avuto una infanzia agiata. Ma la sua era stata una prigione d'avorio. Non era stata vera vita. Ed uscire da quella gabbia dorata era stata una dura battaglia............ Ma poi............. Aveva respirato un'altra aria............... E aveva conosciuto l'amore, la passione. Però............... Però................ Aveva perso tutto. Cosa le era rimasto?
Dilegua, o notte! tramontate, stelle!
Tramontate, stelle! All'alba vincerò!
Vincerò! Vincerò!

La voce del tenore risuonò, vibrando dentro il suo animo. Non poteva arrendersi. Non lo avrebbe mai accettato. Aveva una sola vita.
Si alzò in piedi e camminò avanti e indietro per la stanza, come una tigre in gabbia..........
Poteva fare ancora qualcosa per salvare la situazione. Ne era sicura!!!! In fondo, Roger era ancora suo marito. Sarebbero andati a Chicago, e lei lo avrebbe riconquistato.
E alla fine......... Seppure lui l'avesse lasciata.......... Avrebbe trovato qualcun altro che potesse darle calore e passione!!!!!!!! E amore...............


"Non ti preoccupare... ma se le parli mi fai proprio un piacere. Non mi va di essere considerata la puttana di turno.. Comunque, tu di che dovevi parlarmi?"
Ecco. Era arrivato il momento. Doveva dare quel taglio netto. E subito. "Volevo solo ringraziarti." Roger prese dalla tasca della giacca un astuccio di velluto blu, da gioielliere. Lo posò sul tavolo, proprio davanti a Joanne. "Questo è un piccolo regalo da parte mia. Spero che ti piaccia... O meglio, spero di aver indovinato un po' i tuoi gusti." Non sorrideva. Era invece terribilmente serio. "E' un regalo d'addio, Jo. Ti sono riconoscente, perché mi hai aiutato in un momento in cui ne avevo bisogno. E sento di doverti qualcosa. Ma al tempo stesso, credo che sarebbe un errore continuare a frequentarci. Ecco perché sono qui stasera. Perché dopo stasera, non voglio incontrarti. Mai più." Le aveva detto quelle cose, e in un certo senso, sapeva che la stava punendo per qualcosa che invece era un suo problema. Ma rivederla, gli portava dei ricordi che non riusciva a gestire. Quello era un modo per chiudere la faccenda.
Jo fissò l'astuccio e poi gli occhi di Roger: "Un regalo d'addio?" non capiva, già subito dopo quella notte avevano chiarito la faccenda... "Cos'è vuoi comprare il mio silenzio? Roger, dopo quella notte tutti e due sapevamo che non sarebbe più successo e comunque anche se ci frequentiamo, non vuol dire che siamo amanti...o forse tu credi che io voglia conquistarti?"
"No... Non si tratta di questo." Roger scosse la testa e la fissò nervosamente. "Voglio solo..." Si interruppe. Voleva solo mettere a posto la propria coscienza. Sempre che gliene fosse rimasta una. E ormai non sapeva dirlo. Non che gli fosse mai importato. "Joanne, è la cosa migliore che posso fare per te." Ma anche mentre parlava, sapeva di mentire. Quella era la cosa migliore per sé stesso.
"Per me? Tu non sai quello che dici... se non mi vuoi più vedere perché non ne hai più voglia o perché hai paura che rovini il tuo matrimonio basta che lo dici chiaro e tondo senza tanti giri di parole o regali. Anzi, riprendilo non lo accetto." Si sentiva particolarmente offesa da quel gesto, Roger credeva di poterla comprare...
Roger si alzò in piedi, senza riprendere l'astuccio. "Ti prego! Per favore, Jo. Il mio matrimonio ha sicuramente dei problemi, ma ti posso garantire che tu non c'entri nulla!..." Le rivolse uno sguardo appena un po' triste. "Considerami egoista, e presuntuoso! Del resto, la gente mi considera in modi ben peggiori. Lo sai anche tu: quello che è successo tra noi è stato... un errore. Ma sarebbe un errore ancora più grande credere che un'amicizia possa funzionare su queste basi. Siamo troppo diversi. Tu potresti... Oh, mio Dio! Lo sai che tu potresti essere mia figlia?! Ho più del doppio dei tuoi anni!... No!... Non possiamo neanche essere amici. A meno che tu non ti rassegni ad essere considerata... come hai detto poco fa?... La 'puttana' di turno?! Proprio così. E' questo il rischio che si corre a restare vicino a me. E io sono troppo vecchio per giocare a questo gioco! Soprattutto con te!" Ed in quel momento c'era qualcosa di vero, in quelle parole. Perché Joanne gli ricordava un altro errore! Quello con Jen... Si voltò. "Mi dispiace. Col tempo sono sicuro che capirai. Addio, Jo!" E senza dire altro, si allontanò, diretto all'uscita del locale.
Jo rimase per un attimo perplessa... doveva rispondere a quella stupida affermazione "Ho più del doppio dei tuoi anni... non possiamo essere amici" Ma chi si credeva di essere?! Prese l'astuccio e cercò di raggiungere Roger fuori dal locale...


"Ora parlo io," disse Leo. "Devo fare delle domande forse sgradevoli, ma devo assolutamente sapere come impostare questa faccenda." Posata la tazza di caffè, cominciò: "Ha precedenti penali Mrs. Virgie?"
"Cosa?! Io?... Ah, nel 1967, sbagliai a pagare le tasse..." disse Virgie. "Ho avuto solo tanti imbecilli d'intorno, Mr. Leo."
"Ok..... non si inquieti....... non c'entra con il ritiro della patente, stia tranquilla...... Dunque: ora io mi prendo tutte queste carte, me le leggo con cura, e domani la chiamo, anzi no" si corresse Leo "Se ricorda anche un minimo particolare di quella sera, mi chiami in albergo, a qualunque ora. Il tempo non è molto e dovrò sfondare chissà quante porte...... Domani mattina comincerò dalla sua Ford.
Vediamo cosa dicono a me."
Leo si alzò, fece per salutare, quando Virgie -donna d'affari- venne al sodo: "Mr. Flynn? Quanto mi verrà a costare tutta questa faccenda?"
"Beh, io posso solo prevedere un mio onorario. Di solito non sono del parere di essere pagato ad ore, ma se lei preferisce..."
"No, no!" rise Virgie. "Non è un divorzio questo!! Mi dica una cifra, che so, un anticipo, faccia lei... io ho anche altri affari di cui occuparmi."
"Va bene 25.000$ come anticipo e 75.000 $ il giorno che riavrà la sua patente?" chiese, mentre mentalmente si leccava i baffi che non aveva.
"E' una grossa cifra" disse Virgie "mi ci comprerei un'auto nuova e lo stipendio per due anni per un autista. Comunque vada per l'anticipo, le firmo un'assegno?"
"Certo" -disse Leo- "come preferisce lei... quando vuole."
"Subito, prima che me ne penta, Mr. Leo... ma non mi deluda!!!!"
"Bene, ma deve cercare di ricordare ogni particolare di quella sera, e comunicarmelo appena possibile..."
"Certo" disse Virgie "mi ricorderò anche che scarpe avevo quella sera, se serve, per una tale cifra!!!!" E pensò: 'Caro avvocato, ti chiamerò fino a fonderti le orecchie, se non vai svelto.'
"Allora a presto, Mrs. Lovely" disse Leo, con l'assegno che gli cuoceva le tasche. "Mrs. Harriet, la riaccompagno io a casa, oppure....."
"Grazie, vorrei rimanere un po' da mia cugina, se vede Mr. Roger lo avverte lei?..."


Roger era uscito dal Rebellion's House praticamente con i nervi a fior di pelle. Non era andato da Joanne per discutere con lei, ma solo per mettere la parola fine a una situazione che lo stressava. In realtà, lo sapeva, non era colpa di Joanne. Ma solo sua. La propria incapacità di accettare quello che era successo con Jen. E adesso stava facendo scontare a Joanne il peso di una colpa che invece era di qualcun altro.
Non si era accorto dell'ombra che lo aveva preceduto, dopo averlo atteso fuori dall'uscita del locale. Roger superò la stradina laterale, immerso nei propri pensieri. Camminava meccanicamente, diretto alla sua auto.
La prima cosa che sentì fu un dolore familiare. Una sensazione di freddo e caldo bruciante insieme. La lama di un coltello che penetrava la carne con una facilità sorprendente. Ma non era una metafora. Era la realtà. E lui non aveva neanche visto da quale punto era partito l'attacco. Si rese conto solo nel momento in cui già la lama era fuoriuscita che alla sua destra, nascosta nell'ombra c'era una sagoma. Il lampione più vicino non illuminava a sufficienza quel punto. Luogo ideale per un agguato, si sorprese a pensare. Come aveva potuto essere tanto stupido? A sua discolpa poteva solo dire che aveva la mente da un'altra parte. E aveva abbassato la guardia. Adesso però il dolore, dalla ferita si era esteso
a tutto il fianco, e a parte dello stomaco. Il sangue fuoriusciva a fiotti. D'un tratto barcollò in avanti. Non vedeva bene, come avesse un velo davanti agli occhi. E si ritrovò prostrato a terra, prima in ginocchio e poi raggomitolato su sé stesso. Sentì l'aggressore che si avvicinava. E capì che avrebbe colpito di nuovo. E questa volta non ci sarebbe stato scampo.
«Non credevo... Che sarebbe... finita... in questo modo...» Persino articolare un pensiero coerente gli costava un'enorme fatica.


Jo uscì dal locale...
"Troppo piccola per essere tua amica ma abbastanza grande per venire a letto con te, no, Roger?" era un pensiero che si ripeteva nella sua mente... Raggiunse la stradina laterale dove pensava si fosse diretto Roger. Nell'ombra vide due uomini, senza sapere il perché si fermò, immobile, osservandoli. Uno era a terra e l'altro lo stava per colpire
con un coltello.
Guardò meglio.... l'uomo a terra era.... Roger! Non perse un secondo, lasciò cadere l'astuccio e iniziò a correre verso i due.
"Fermati! Lascialo stare!!" Le sue urla misero in allarme l'aggressore che scappò in un batter d'occhio, in lontananza Jo notò che indossava una giacca uguale a quella di..... no, non poteva essere a lui.
Si inginocchiò vicino a Roger, immerso in un lago di sangue: "Ehi Roger, mi senti? Sono qui... ti aiuto, tieni duro!" Prima di chiamare l'ospedale doveva fermare in qualche modo l'emorragia.
Si tolse la maglia e la avvolse intorno alla mano, dopodichè iniziò a fare pressione sulla ferita... "Ti farà male ma è l'unico modo per non farti morire dissanguato... ora chiamo l'ospedale e vedrai che andrà tutto bene..." Cercava di apparire calma ma in realtà non era sicura che Roger avrebbe potuto farcela, aveva perso moltissimo sangue... Aveva paura, molta paura. Mise la mano libera in tasca per prendere il cellulare ma la debole mano di Roger la bloccò...
Una voce proveniva da lontano. La sentiva come una eco soffocata.
Joanne?... Roger distinse qualche frammento sparso. Ma aveva sentito la parola ospedale. "No... Non l'ospedale..." Aprì gli occhi e si sforzò di mettere a fuoco le immagini. Vide il volto di Joanne chino su di lui.
"Portami a casa... Per favore... Non... Non l'ospedale!..." mormorò. "Portami alla villa. Me la caverò... Ma aiutami a tornare al Caprifoglio..."
Jo non capiva... "Ma sei impazzito? Non so se ti rendi conto che a casa non ci arriveresti! Io ti porto all'ospedale."
Lui chiamò a raccolta le forze che gli restavano e si aggrappò a lei, con una mano insanguinata. "Ti prego... A casa... Non l'ospedale..." Il ricordo di quando era stato rinchiuso nella clinica, di quando era stato quasi sul punto di impazzire, era ancora vivo dentro di lui. Odiava gli ospedali. "Se devo morire... allora sarà come voglio io!..."
In effetti aveva anche ragione... forse voleva andare a casa per rivedere le persone a lui più care per l'ultima volta... "Roger non farmi pentire di questa decisione, perciò vedi di rimanere in vita!"
Lo aiutò ad alzarsi ed iniziò a camminare verso il parcheggio sostenendolo con tutte le sue forze e cercando di farlo rimanere cosciente continuando a parlargli...
"Immagino la faccia di Amanda quando mi vedrà arrivare con questo top così... diciamo... provocante... e con te sanguinante. Penso che accoltellerà pure me!"
"Oh... Non ho intenzione di morire... Non ancora!... Credimi... Ci sono già passato!..."
Arrivò all'auto di Roger e cercò febbrilmente le chiavi nella sua tasca. Lo fece sdraiare sul sedile posteriore legandogli la maglia intorno alla vita di modo che coprisse la ferita, poi si mise alla guida e partì sgommando verso il Caprifoglio...

FINE DICIANNOVESIMA PUNTATA