VENTISEIESIMA PUNTATA
ATTENZIONE! Per alcune scene descritte la lettura del seguente episodio è consigliata ad un pubblico maturo.


Michael non si lasciò scomporre. "Infatti, avrebbe potuto prenderlo chiunque, perfino lei, non è forse vero? Le indagini sono in corso, signorina. E proprio per questo stimo interrogando le persone che lavorano nel suo locale, e alcuni clienti. E abbiamo saputo cose interessanti. Per esempio..." Guardò Roger e poi tornò a rivolgersi a Joanne. "Qualcuno vi ha visti litigare, quella sera..."
Stupendo! Adesso sospettavano pure di lei...continuò comunque a parlare con tranquillità. "Sì abbiamo avuto una discussione, una divergenza di idee. Niente di speciale..."
Michael sembrava scettico, ma annuì alcune volte. "Capisco..." In realtà non credeva affatto che quella ragazza avesse colpito Thorpe.
Lui era sempre convinto che il colpevole fosse stato un ladruncolo da 4 soldi. Solo un dilettante scappava in quella maniera, e se fosse stato un killer, avrebbe colpito mortalmente fin dal primo momento.
Ma il suo istinto di poliziotto gli diceva che la signorina Allard stava nascondendo qualcosa, e lui voleva scoprire che cosa.
Roger strinse i denti. Era vero che, agli occhi della Polizia, anche Joanne poteva entrare nella rosa dei sospetti. E gli dava fastidio che quella conversazione, che si era trasformata in un vero e proprio interrogatorio, avvenisse davanti ad Amanda. Ma non poteva evitarlo.
Il problema era che lui sapeva chi aveva organizzato il suo ferimento, ma non poteva muovere nessuna accusa. Quello era stato solo un altro regalo di Mabel Grahn, esattamente come qualche giorno prima, la morte di Armand - l'investigatore che Roger aveva assoldato- era stato il primo avvertimento per lui. Ma non c'erano prove. Mabel
ne usciva pulita. E lui, invece, aveva le mani legate, almeno davanti alla Polizia. Perché la sua coscienza non era per niente *pulita*.
Se fosse venuta fuori la storia della notte in cui lui e Joanne erano stati insieme, per la ragazza la situazione si sarebbe fatta difficile.


Era pomeriggio e Jessie si trovava sulla stessa panchina del parco dove aveva incontrato per la prima volta il signor Barnes.
Aveva con sé un libro e doveva studiare per un esame ma la sua testa era altrove. Stava pensando a sua madre e al fatto che non gli permetteva di essere l'aiutante di Jake. Il perché, non riusciva proprio a capirlo. Lei sapeva che il suo sogno era quello di diventare una famosa giornalista e perché dunque ostacolarla?
Cosa aveva contro questa proposta? O aveva qualcosa contro Jake? Perché Jessie da brava e attenta osservatrice, aveva notato che quando lei nominava Jake, la madre diventava nervosa e si arrabbiava parecchio. «Mah.... chissà cosa avrà contro di lui.»
Le nuvole stavano coprendo il sole e Jessie decise di tornarsene a casa prima che cominciasse a piovere.
Uscì dal parco e salì in macchina.... Stava guidando tranquilla quando si accorse che qualcosa non andava. Infatti nel momento in cui, avvicinandosi a un semaforo, cercò di frenare, non ci riuscì: i freni non funzionavano. Inoltre era in discesa e la macchina stava aumentando di velocità. Jessie ebbe paura e tentando di schivare le altre auto, finì contro una macchina parcheggiata.
Due o tre macchine si fermarono e i loro occupanti chiamarono i soccorsi.
Alcuni aiutarono la ragazza a uscire dall'auto. Lei era ovviamente spaventata, ma disse di star bene, che non si era fatta nulla, anche se aveva un taglio sulla fronte.
Quando arrivò l'ambulanza, la ragazza venne portata per dei controlli al Lifestyle Medical Center, proprio dove era stato ricoverato Kyle.


"Detective Knight..." disse allora Roger "Come ho già detto, non ho visto il mio aggressore... Ma di una cosa sono sicuro. Non può essere stata Joanne."
"Come fa ad affermarlo con tanta sicurezza?..."
"Beh..." Roger sorrise freddamente. "Io sono stato colpito al fianco destro, e l'aggressore era alla mia destra, mentre camminavo in quel vicolo. Anche il colpo, è stato inferto da destra verso sinistra."
"E allora?" chiese Mick, che non capiva e che si stava spazientendo.
"Allora, il fatto è che Joanne è mancina, come me!" Roger scosse le spalle. "Quindi non potrebbe avermi colpito in quel modo. Senza contare che, quando io sono uscito dal locale, lei è rimasta dentro e solo dopo è uscita per raggiungermi. L'aggressore invece, era già fuori, e mi stava aspettando."
Michael fece un profondo respiro. "Questo, in effetti, è un elemento nuovo nelle indagini. Ed è importante." Si voltò a guardare la ragazza. "Ma se è così, la signorina è l'unica testimone. E l'aggressore potrebbe considerarla un pericolo per lui."
"E' esattamente la stessa cosa che penso io. Joanne, io credo che dovremmo prendere dei provvedimenti, per proteggerti."
Eccolo che ricominciava con quella storia! Joanne non voleva qualcuno che le stesse sempre tra i piedi per controllarla né tantomeno intendeva andare via da Aurora per un po'. A Boston era sopravvissuta a sparatorie tra le varie gang ed era già stata testimone di un crimine. Eppure era ancora lì viva e vegeta. "Roger non ricominciare. Non credo che l'aggressore sappia chi sono vista la velocità con cui è scappato perciò io sono tranquilla. Non voglio nessuna protezione."
"Signorina, lei dimentica che la notizia è stata riportata dai giornali e dalla TV. E il suo nome è stato reso noto." Michael la fulminò con lo sguardo. "Inoltre, non ha nessuna importanza se lei ha davvero visto qualcosa che può incastrare il colpevole. Importa solo quello che *lui* pensa... E se quel tipo crede che lei possa essere un pericolo...
Ebbene, forse il signor Thorpe non ha tutti i torti... Ne parlerò con il mio capo. Deciderà lui quale mossa dovremo fare. Per il momento, le consiglierei di non esporsi troppo, e di non andare in giro da sola. Tanto per non correre rischi..."
Ora aveva capito ciò che non la convinceva del detective... lui la considerava una cretina! Ma si sbagliava, non sapeva proprio con chi aveva a che fare. "Se lo scordi. Io continuerò a condurre la vita che facevo prima, so cavarmela da sola."
"Bene, come vuole lei. La vita è la sua!..." Michael le voltò le spalle. Stupida ragazzina viziata! Si rivolse ad Amanda: "Mi piacerebbe farle qualche domanda, signora Thorpe, ma adesso forse non è il caso. Se non le dispiace, vorrei tornare domani, nel pomeriggio. Spero che per lei vada bene."
"Naturalmente!........" Amanda accompagnò la risposta con un cenno affermativo. "Torni pure quando vuole. Mi consideri a sua completa disposizione! Io desidero solo che la persona che ha ferito mio marito sia arrestata!!!!! E se posso essere di una qualche utilità nelle indagini, ne sarò felice. Arrivederla a domani!!........."
Dopo di che, il poliziotto si congedò.
Ma la mente della donna era distante.
Alcune delle cose che Roger aveva detto le avevano acceso una inquietudine dentro.
Sembrava che lui conoscesse la persona che lo aveva ferito. Roger sapeva molto di più di quel che aveva detto, ma non aveva nessuna intenzione di parlarne con la Polizia.
Per quale motivo?...........
Aveva difeso Joanne, in maniera molto appassionata. Ma quello era comprensibile, dal punto di vista di Amanda.
Comprensibile, certo, ma non tollerabile......
Se fosse stato per lei, avrebbe preso Joanne e l'avrebbe spedita dentro un baule a Timbuctù...........
Però.........
Roger stava proteggendo la persona che aveva tentato di ucciderlo?..........
Ma perché avrebbe dovuto farlo?........
Non aveva alcun senso.
Era stata veramente Joanne???
E se non era stata lei, allora chi???
Quegli interrogativi si erano formati nella mente di Amanda. E cominciava a temere di trovare le risposte..........


Mabel spense la sigaretta schiacciandola quasi con rabbia nel posacenere. Non si fidava degli uomini. Ma avevano indubbiamente alcuni pregi e almeno una qualche utilità. Proprio in quel momento, a distoglierla dai suoi pensieri, qualcuno bussò alla porta. Se Wendy aveva disobbedito ai suoi ordini, le avrebbe fatto passare un brutto quarto d'ora. "Avanti!"
Sean entrò senza esitare e si chiuse la porta alle spalle.
Si chinò impercettibilmente in avanti col busto.
"Mabel..." e le sorrise lievemente.
Finalmente era arrivato! "Lo sai che sei in ritardo di oltre mezz'ora?!" Lo accolse con tono freddo lei. "Non mi piace aspettare! Mi hai fatto perdere tempo prezioso!.... Non osare mai più fare una cosa simile, o ti assicuro che farò in modo di cancellare quel sorriso dalla tua faccia. Per sempre!..."
Sean distese il sorriso ancora di più. Quella risposta era tipica sua.
Quella donna era nata per dominare il sesso maschile e questo le conferiva un certo fascino da mantide. Che a lui non dispiaceva. Ma sapeva che non era opportuno contraddirla, all'occorrenza poteva essere velenosa e letale come uno scorpione.
"Ti vedo un po' turbata, se posso fare qualcosa per te... in ogni caso... sei ancora più affascinante così mia cara."
Le si avvicinò. Le prese una mano tra le sue e ne baciò il dorso con delicatezza.
"Perdonami, non voglio assolutamente farti perdere tempo, sono qui solo per aiutarti... in ogni modo possibile..." e la fissò negli occhi.
"Non cercare di fare il seduttore, Sean!" Mabel ritirò la mano e si alzò in piedi. "Credi forse che ti abbia voluto qui ad Aurora per giocare al medico e all'infermiera?!" Si mise a camminare avanti e indietro per la stanza. "Io voglio il tuo aiuto per distruggere i miei nemici." Fece un profondo respiro. Lo guardò. Non si poteva negare che Sean fosse *molto*
attraente. Sorrise, e il suo volto assunse una espressione quasi diabolica. "Ma dal momento che mi hai fatto aspettare... Mi devi un risarcimento!" Andò alla porta e la chiuse a chiave. "Non vogliamo essere disturbati, non è vero?..." Poi si avvicinò al mobile bar e versò del whisky in due bicchieri. Tornò accanto a lui e gli porse un bicchiere. "Direi che possiamo trasformare questa occasione in un piccolo party... privato." E bevve un lungo sorso di whisky, senza mai smettere di fissarlo negli occhi.


Sean sgranò gli occhi.
"Il medico e l'infermiera? Chi ha mai parlato di una cosa del genere? Mi hai chiamato per motivi di lavoro e non per essere il tuo sollazzo personale..." disse con aria finta ingenua. La stava provocando deliberatamente. "Ma comunque se desideri un risarcimento ho paura che dovrò soccomberti...e ripagarti come posso del tempo perso..."
Prese il bicchiere che lei gli stava porgendo e le scoccò un 'occhiata eloquente. Mandò giù alcuni sorsi.
"E devo inoltre aggiungere che ho sempre amato molto le feste private..."
"Benissimo! Vedo che cominciamo a capirci..." Gli tolse il bicchiere dalle mani e lo lasciò cadere sulla morbida moquette che ricopriva il pavimento. Poi serrò le dita sui risvolti della giacca di Sean e lo attirò a sé di colpo, catturandogli le labbra in un bacio violento, cattivo. Il sapore del whisky che avevano bevuto si mischiò nelle loro bocche, mentre lei approfondiva quel bacio in maniera famelica.
Rimase per un attimo imbambolato con lei avvinghiata contro. Quel corpo così sensuale... E si accorse che nel corso degli anni era diventata ancora più conturbante nel modo di fare. Sentiva il suo sapore in bocca. Le accarezzò lungo le braccia scoperte fino all'altezza delle spalle. E mentre si saziava della sua bocca le sfilò la giacca che cadde a terra.
Poi si staccò da lei. La fissò un secondo. Indossava un top a fascia ed era più che evidente che non portava il reggiseno. La prese per la vita facendo combaciare i loro bacini ad incastro. E avvicinò il viso al suo.
"Non immaginavo che lavorare per te fosse tanto interessante...." le sussurrò mentre con la lingua le scivolava lungo il collo.
"Smettila di parlare!....." disse lei piano. E gli restituì il favore, togliendogli la giacca a sua volta. Poi gli sciolse il nodo
della cravatta e sbottonò la sua camicia. Fece scivolare la bocca sul petto di lui, mordendolo piano, sensualmente, un paio di volte, mentre risaliva verso il collo, aspirando il suo odore. Mentre era impegnata in questa operazione, le sue mani scesero verso il basso stringendolo ai fianchi. Poi trasformò quella stretta in una carezza, che era solo un anticipo di cosa sarebbe venuto dopo. Il corpo di Sean era perfetto, e i suoi muscoli erano tesi, pronti a scattare. Mabel iniziò ad armeggiare con la cintura di lui.
Contemporaneamente, la sua bocca si soffermò sul pomo d'Adamo dell'uomo, e con la lingua ne segnò i contorni. Lo sentiva pulsare.
Sorrise e arricciò il naso. Conosceva Sean... Ed era quello che gli piaceva di lui, che trovava eccitante.


Era arrivato nel modo che più gli era consono. Di sorpresa.
Piombava letteralmente dal cielo e non solo in senso metaforico.
Quando Klaudia era andata ad aprire la porta si era ritrovata affettuosamente stritolata da due braccia forti e ben note.
"Bryce!"
Suo fratello le stava dinanzi sfoggiando il più radioso dei sorrisi. E con una grossa valigia al fianco.
In un periodo difficile come quello lui giungeva come una manna dal cielo.
Klaudia lo aveva fissato per un istante con immenso affetto, le mancava molto ogni volta che partiva per le sue follie aeree e stava via per mesi.
Ma ora era con lei.
Stessi capelli biondi, stessi occhi azzurri. Stessa bellezza nordica. In quel momento la guardava come se avesse visto la cosa più bella del mondo.
"Sorellona, come mi sei mancata!" e se l'era stretta contro con ancora più foga.
Quella mattina aveva ubriacato lei e suo padre di chiacchiere su un ultimo prototipo di aereo che gli avevano fatto testare. Aveva raccontato tutte le proprie peripezie acrobatiche che facevano venire il capogiro solo ad immaginarle.
"Mi farai venire un colpo uno di questi giorni Bryce...!" gli aveva detto quella mattina Klaudia sulla porta di casa, in procinto di uscire per recarsi all'università.


FINE VENTISEIESIMA PUNTATA