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TRENTADUESIMA
PUNTATA
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Jo si chiese chi fosse, solitamente non riceveva telefonate al mattino...
"Pronto?"
"Buongiorno, parlo con la signora Allard? Joanne Allard? La proprietaria
del Rebellion's House" disse una voce maschile con tono formale.
"Sì sono io, dica pure..."
"Sono l'agente Summers, della Polizia di Aurora. Mi scusi, ma
devo avvertirla che questa mattina c'è stato un incendio, proprio
accanto al suo locale. Dovrebbe raggiungere la zona appena possibile."
"Come un incendio? Ma ci sono stati danni??? Si è ferito
qualcuno?" Non ci poteva credere... La cosa più preziosa
che avesse rischiava di andare perduta...
"No, no. Stia tranquilla. Non c'è stato nessun ferito.
Per fortuna l'allarme è stato dato tempestivamente e i vigili
del fuoco sono accorsi. La situazione è sotto controllo, ma
per gli eventuali danni è necessaria la sua presenza. Può
essere qui entro una mezz'ora?" chiese l'agente.
"Sì, sì arrivo subito..." Riattaccò
la cornetta e si precipitò in macchina. Doveva capire com'era
potuto succedere...
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Arrivò al locale più in fretta possibile, appena arrivata
alcuni agenti le mostrarono il luogo dell'incendio e Jo cominciò
ad osservare se c'erano stati danni. Controllò tutto con estrema
attenzione e fortunatamente poté constatare che non era successo
niente.. Lo disse a chi di dovere e chiamò Tony per informarlo.
"Pronto?"
"Ciao Tony sono Jo, senti qui vicino al locale è stato
appiccato un incendio, fortunatamente non ci sono né danni
né feriti ma sarebbe meglio che tu venissi per darmi una mano
a mettere a posto visto che c'è stato un po' di trambusto..."
"Certo arrivo il prima possibile, a dopo!"
"Ciao.."
Riattaccò ed entrò nel locale per aspettarlo.
Dopo 10 minuti lo vide entrare ed insieme iniziarono a mettere in
ordine.
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Jen era stanca di stare a casa! si alzò dal letto, indossò
un vestitino rosa ed uscì! Si avvicinò alla macchina,
poi pensò "Ma no!! forse è meglio che vada a piedi!"
così Jen s'incamminò. Jen si sentiva strana, si fermò
un attimo per
accendere una sigaretta e proseguì.
Improvvisamente fu attratta da un locale la cui insegna era di legno
e in stile antico "Rebellion's House?? che strano nome!"
Divertita e incuriosita dal nome del posto decise di entrarci!
Aprì la porta e la richiuse alle sue spalle; dopo aver dato
uno sguardo in giro si sedette ad un tavolo.
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Tony notò una splendida ragazza sedersi ad un tavolo, mai farsi
scappare l'occasione di rimorchiare un po'... tanto Alicia non era
presente in quel momento! Si avvicinò al tavolino e le chiese
"Cosa vuole ordinare?"
"Che cosa mi consigli??" Jen guardò il ragazzo e
gli ammiccò maliziosamente
Tony si chinò verso di lei e abbassando il tono della voce
"Visto il caldo, ti consiglio un dissetante anche se dal nome
non sembra: *Risveglio dei sensi*..."
"Mmm.... interessante!" Jen lo guardò divertita "Vada
per questo!, ma ricorda che se non mi piace dovrai invitarmi fuori
per rifarti!!"
"Allora cercherò di non fartelo piacere!" dopodiché
si allontanò per andare a prendere la bibita...
Jo aveva osservato la scena, e aveva deciso di andare a conoscere
la nuova cliente... per vedere che tipo era... "Buongiorno, sono
Joanne Allard la proprietaria del locale. Volevo sapere se è
tutto a posto..."
Jen spostò il suo sguardo sulla ragazza "Ciao piacere,
io sono Jen..... Jen Spaulding" si alzò e tese la mano
verso la ragazza "è tutto a posto, grazie!!"
Tony intanto era tornato con l'ordinazione. "Ecco qua! Spero
che non ti piaccia!" E si allontanò, lasciando le due
a conversare...
"Sei nuova di Aurora? Non ti avevo mai visto da queste parti..."
"No, non sono nuova!! ma ho vissuto per molti anni altrove!!
Sono la figlia di Amanda Spaulding!! la conosci???"
Amanda! Ma era una persecuzione! Addirittura la figlia le aveva mandato!!!
"Ma certo che la conosco - disse con fare ironico - adesso manda
pure i parenti a controllarmi?"
"Controllarti??" Jen sembrò perplessa "E
perché?? Cosa hai combinato???"
Dal tono e dall'espressione della ragazza, Jo capì che non
ne sapeva nulla e perciò cercò di sviare... "E'
una lunga storia, diciamo che io e tua madre non andiamo d'accordo..."
"Oh!!!! Non mi sorprende!!! Chi è che va d'accordo con
lei??" Jen sorrise.
Jo rise. "Esatto, mi chiedo come faccia Roger..."
Jen proruppe in una risata, quasi aveva le lacrime agli occhi. "Oddio!!
Scusa...... scusa!! Dicevi??"
"Vedo che lo trovi divertente pure tu... Dicevo che non so come
fa Roger a sopportarla, ovviamente quelle rare volte che si trova
al Caprifoglio..."
"Emmm... già!!, ma tu?? Tu sei di qui??" Jen cambiò
argomento, visibilmente a disagio. "Voglio dire...... è
anni che non vedo questa città... cosa c'è di bello
da fare??"
"A parte andare alle feste dell'alta società scandalizzando
le signore con abiti provocanti, c'è molta tranquillità...
io di solito mi diverto qui, perché di notte ci sono spettacoli
di danza e discoteca.."
"Mmmm... interessante" Jen bevve il suo drink e guardò
l'orologio "Beh ora vado, voglio fare un altro giro della città
prima di tornare a casa... è stato un vero piacere Joanne!
Spero di rivederti presto!!" Jen sorrise e si allontanò.
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Dopo che Harriet se ne fu andata, Roger si chiuse a chiave nello studio.
Fece alcune telefonate, tra cui una piuttosto interessante con Nichelle,
che fedele alla promessa fatta, si era già messa sulle tracce
della sua preda.
Poi, Roger si rilassò, seduto nella poltrona alla sua scrivania.
Guardò il terrario, dalle pareti di vetro, e osservò
Loki, il suo boa constrictor, che si stava allungando sopra un grosso
ramo di legno.
Era cresciuto molto, il cucciolo. Ora, Loki misurava circa due metri
di lunghezza. E Roger lo trovava molto bello a vedersi. Sorrise al
pensiero che molte persone non avrebbero condiviso quell'opinione.
Sospirò. Non gli importava degli altri.
Aveva sempre fatto solo quello che aveva voluto.
Anche con Jen...
Certo, non era orgoglioso di quello che era successo fra loro. Una
parte di lui si sentiva a disagio. Per cinque anni, da quando aveva
sposato Amanda, aveva considerato Jen come una figlia. Lei non aveva
neanche diciannove anni quando l'aveva conosciuta. E mai, davvero
MAI, lui aveva immaginato che sarebbero finiti a letto insieme.
«E se Amanda lo scoprisse...» pensò.
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Ma non era la reazione di Amanda che lo preoccupava.
Il suo matrimonio ormai era davvero nella parabola discendente.
Invece, aveva visto l'atteggiamento di Jen. Lei sembrava intenzionata
a riprendere la loro relazione.
E lui avrebbe dovuto riuscire a resistere. Perché era lui quello
più vecchio, dei due. In teoria avrebbe dovuto essere proprio
lui a mettere fine a quella storia impossibile.
Impossibile per la differenza d'età.
Impossibile per i legami che li avevano uniti.
Impossibile!...
Però... Il fatto innegabile era che fra lui e Jen c'era davvero
una forte attrazione. Forse era solo il gusto del proibito.
Forse era stata la solitudine a spingerlo verso di lei.
O forse era perché... Lei gli ricordava un'altra ragazza che
aveva conosciuto un tempo, e che aveva la sua stessa voglia di godere,
lo stesso ardente desiderio di sfidare la Vita.
Scosse la testa. Non voleva lasciarsi andare a quei pensieri.
Non era affatto una cosa saggia.
Ma in quel momento squillò il telefono. Attese un paio di squilli
prima di trovare la voglia di rispondere.
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"Che cosa?! Un incendio?... Quando è successo?!..."
chiese Roger.
L'uomo che aveva incaricato di sorvegliare il locale di Joanne lo
aveva avvertito di quello che era successo quella mattina.
"Va bene, fammi sapere se ci sono novità, e soprattutto
come sta la ragazza!"
Ecco! Aveva avuto ragione. Quello era senza dubbio un avvertimento
per Joanne.
Strinse i pugni. Non poteva permettere a Mabel di fare ancora il suo
gioco!
Sì, perché lui sapeva perfettamente che dietro tutto
quello c'era la Vedova Nera: Mabel Grahn.
E finché non avesse trovato un modo per renderla innocua, doveva
fare il possibile per limitare i danni.
Riprese il telefono in mano e compose il numero del Dipartimento di
Polizia.
"Buongiorno. Mi chiamo Roger Thorpe. Desidero parlare immediatamente
con l'Ispettore Capo."
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Quel
pomeriggio, Klaudia era libera. Quella mattina al computer dell'università
era riuscita tramite una ricerca su Internet a scoprire dove era sito
il poligono di tiro.
Così verso le tre aveva preso la macchina e si era diretta
fuori città. Quando aveva detto al padre che si andava ad esercitare
lo aveva visto preoccuparsi immediatamente. Aveva cercato di rassicurarlo
mostrandosi affettuosa ma senza esito. Arthur sapeva bene che quando
sua figlia si chiudeva dentro una di quelle corsie con un'arma in
mano il più delle volte era per non pensare e sfogarsi a causa
di qualcosa che la faceva stare male. Non le chiedeva quasi mai cosa
le dava pensiero in quei casi perché lei era sempre evasiva
nelle risposte che dava malvolentieri. Non amava confidarsi neanche
con i suoi famigliari. Forse con Lydia in passato lo aveva fatto,
ma ora che sua madre era morta Klaudia si era chiusa
ancora di più in se stessa. D'altronde quella figlia non aveva
mai avuto un carattere facile.
Lei aveva capito perfettamente cosa lo turbava ma non poteva raccontargli
quello che succedeva nella sua vita. A che scopo? Farlo preoccupare
ancora di più? Così lo aveva salutato con lieve bacio
sulla guancia promettendo di rientrare prima di cena ed era uscita.
Suo padre era rimasto accanto alla finestra del salone a fissare la
porta chiusa. Aveva scosso la testa mentre negli occhi grigi era passata
un'ombra di tristezza.
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Klaudia era alla guida della sua auto. Non aveva portato con sé
la propria Beretta Cougar F che era rimasta al sicuro in cassaforte.
Avrebbe noleggiato una pistola lì. Magari un revolver.
Il pensiero di impugnare un'arma e sparare le faceva bene. Si sentiva
già più carica.
Stranamente la sera precedente aveva dormito come un sasso. Anche se
aveva fatto sogni confusionari aveva comunque recuperato un po' le forze.
L'immagine di lui danzava davanti ai suoi occhi anche in quel momento
con il suo sguardo ostile. Scosse la testa. Non doveva pensarci almeno
per quel pomeriggio. Stava andando al poligono proprio per sfogarsi.
Mentre cercava di distrarre i pensieri un altro volto le tornò
in mente. Occhi profondi che scrutavano un menù pressoché
incomprensibile per lei. Sorrise a quel ricordo. Si era divertita quella
volta. Con Mick aveva trascorso davvero una bella serata.
C'era una meravigliosa sintonia tra di loro.
La giornata non era male, il tempo discreto, pensò guardando
attraverso il parabrezza davanti a sé. I palazzi scomparivano
alla vista mentre imboccava la statale in direzione fuori città.
La struttura non era distante. Faceva parte di un complesso sportivo
molto grande al cui interno vi erano campi da tennis e da golf, piscine
e varie sale adibite a palestra. Era una polisportiva che esisteva da
molto ma era stata modernizzata abbastanza di recente.
Era passata di proprietà 3 anni prima e da quel momento si era
notevolmente ingrandita e rimodernata nelle strutture. Intravide quasi
subito l'ingresso. Era impossibile non vederlo.
Dall'imbocco della statale iniziavano una serie di cartelli le cui indicazioni
ti guidavano facilmente fino alla meta. Girò a destra e osservò
la grossa insegna che troneggiava all'entrata, *Centro Polisportivo
di Aurora*.
Era immerso in un grande parco, tutto era davvero molto ben curato e
dall'aspetto accogliente. Vi era molta gente che andava avanti e indietro.
Si fermò sotto una fila di alberi vicino ad una grande fontana.
Prese la borsa e verificò di avere tutto. Foto tessera, certificato
medico e fotocopia porto d'armi.
«Bene direi che non manca nulla!» pensò e saltò
giù dall'auto.
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Avanzò
con piglio sicuro verso l'ingresso. Due uomini sulla trentina si voltarono
a guardarla. Non passava mai inosservata. I capelli biondi erano raccolti
in una coda alta sulla nuca e indosso aveva dei pantaloni attillati
color verde militare e una camicetta bianca a mezze maniche annodata
in vita che lasciava leggermente scoperto il ventre. Camminò
lungo un viale circondato da cespugli di rose bianche che puntava
direttamente all'entrata principale.
Le porte a vetri si aprirono automaticamente al suo arrivo e l'aria
condizionata le diede immediatamente un piacevole brivido fresco su
tutto il corpo.
Si guardò un istante intorno. Un cartello vicino agli ascensori
attirò la sua attenzione. Descriveva la struttura in ogni suo
particolare. Osservò le indicazioni.
CENTRO DI ADDESTRAMENTO E DI TIRO, lesse accanto a dove indicava per
le piscine.
Si diresse nella direzione suggerita.
«Accidenti quanta gente...» pensò mentre camminava
osservando le persone che spuntavano da ogni angolo.
«Ho fatto bene a venire qui, è proprio un bel posto ...»
Il corridoio la condusse nuovamente all'aperto. Il profumo dei fiori
le riempì le narici. Vide che le indicazioni puntavano verso
un edificio di color chiaro ad un piano solo distaccato dalla struttura
principale.
Vi si diresse e prima di entrare guardò il cartello in alto
davanti a lei: SALE DI TIRO.
Sorrise ed entrò. Si trovò davanti immediatamente una
reception.
Klaudia si avvicinò.
"Buonasera" disse togliendosi gli occhiali da sole. Arrivavano
alle sue orecchie i colpi di pistola attutiti dalle mura
insonorizzate.
"Buonasera" le rispose la signorina dai lunghi capelli neri
legati in una treccia dall'altra parte del bancone color crema.
"Desidero iscrivermi per frequentare il poligono" e sorrise.
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Bryce si era addormentato dopo il pranzo. Si sentiva ancora un po'
sballottato. Il trasferimento e quella momentanea vacanza lo rimbambivano
come non mai. Era abituato a stare sempre in movimento e quel riposo
invece di giovargli lo stressava un po'. Ma era contento lo stesso
perché in quel modo poteva stare con sua sorella e suo padre.
Si svegliò dopo circa un'ora che si era appisolato chiedendo
di Klaudia. Suo padre gli comunicò che era andata al poligono
di tiro.
"Come..? Da sola?" domandò incuriosito.
"Si aveva voglia di vedere se la sua mira era ancora ottima come
un tempo dal momento che è da molto che non si esercita a sparare"
e su quella risposta buttata lì a casaccio era uscito di casa.
Ma la spiegazione di Arthur non lo convinse molto.
In effetti era da quando l'aveva rivista che aveva notato che si comportava
in modo un po' strano. La sera del suo arrivo gli aveva chiesto di
andare con lui in un locale e lei aveva declinato l'invito adducendo
un mal di testa come giustificazione salvo uscire poco dopo con un
nuovo amico, a quanto gli aveva detto il padre.
Ora in una giornata di sole come quella si andava a rinchiudere al
poligono.
E aveva continui sbalzi d'umore, a volte più evidenti a volte
meno.
«Cosa le starà succedendo... ?» si domandò
tra sé e sé.
Si alzò dal divano dove si era appisolato e si avvicinò
alla libreria. Un libro più lungo degli altri spuntava in modo
evidente.
Bryce lo afferrò. Sapeva cos'era.
Un raccoglitore di fotografie, le più belle di Klaudia, quasi
tutte fatte da professionisti. Si sedette al tavolo e lo sfogliò
lentamente. Era... davvero splendida. Aveva una sorella magnifica
e ne era fiero. Mentre girava le pagine due scatti in particolar modo
attirarono la sua attenzione.
In una stava seduta su uno scoglio con indosso un costume nero e annodato
alla vita un lungo pareo bianco che le fasciava una gamba distesa
mentre l'altra era piegata e lei la circondava con le braccia. Il
viso girato di tre quarti guardava verso l'orizzonte.
Lo sguardo sognante. L'espressione intensa. Sembrava scrutare oltre
la realtà fisica che le stava intorno. La luce malinconica
del sole al tramonto rendeva il colore dei suoi occhi ancora più
azzurro.
E in un'altra, che faceva evidentemente parte della stessa serie,
invece usciva dall'acqua con i capelli bagnati che le ricadevano davanti
al viso e sorrideva all'obiettivo mentre teneva maliziosamente la
punta del dito mignolo tra le labbra.
La luce nei suoi occhi... in quella foto era ... come dire... diversa,
viva. Nelle altre non aveva lo stesso sguardo anche se sorrideva.
Quella risaliva almeno a sette anni prima si vedeva chiaramente. Ma
non riuscì a riconoscere la spiaggia. Dove si trovava?
Mentre era perso in tali ragionamenti suonò il campanello.
Bryce saltò in piedi convinto che fosse Klaudia. Posò
il raccoglitore sul tavolo e si precipitò alla porta, ma quando
andò ad aprirla ebbe una sorpresa.
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"Sean?" esclamò stupito.
L'ex marito di sua sorella gli sorrideva affabilmente.
"Bryce! Sei di nuovo a casa vagabondo! Come va?"
"Oh... bene... ma prego vieni entra" rispose vagamente perplesso.
"Grazie"
Si sedettero sul divano.
"E' da un bel po' che non ci si vede vero?" gli disse Sean.
"Sì abbastanza.... ma come mai sei qui?"
Che strana cosa. Come mai si trovava ad Aurora.... non era rimasto
a vivere in Italia?
"Per affari, ma poi ho scoperto casualmente che vi eravate trasferiti
qui" e lo guardò con un sorriso furbo sulle labbra.
"Chi te l'ha detto?" assottigliando le palpebre.
"Klaudia, sai l'ho incontrata per puro caso l'altra sera mentre
entrava in un locale... aspetta come si chiama... ah sì! Il
Lighthouse"
Bryce sollevò un sopracciglio.
Lo stesso pub dove non era voluta andare con lui. Curiosa coincidenza.
Che ci era andata a fare lì?
"Ma era sola?" gli domandò.
"Sì... a dire il vero ero così contento di vederla
che non ho pensato di chiederle perché fosse lì"
Il ragazzo fissò un istante davanti a sé. Si passò
una mano tra i capelli biondi. Sì, sua sorella si comportava
in modo davvero strano.
C'era qualcosa che non quadrava. Non sapeva cosa fosse ma era evidente
che non era serena.
Scosse leggermente la testa. Se solo avesse saputo cosa la turbava...
avrebbe fatto di tutto per aiutarla. Ma era difficile che lei si confidasse.
Sean nel frattempo si era avvicinato al tavolo e aveva aperto il libro
di fotografie.
"E' fantastica...." mormorò.
Bryce si riscosse da quelle riflessioni.
Lo guardò che sfogliava l'album con lo sguardo perso in chissà
quali ricordi.
"Non avrei dovuto lasciarla andare via" sussurrò.
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"Cosa
vuoi fare?" gli chiese Bryce Aveva capito perfettamente quello
che frullava in testa a quell'avvocato. Ebbe una improvvisa sensazione
di disagio. Non è che non gli stesse simpatico, ma... secondo
lui non era l'uomo adatto a sua sorella.
La amava questo era certo ma era sicuro che lei non lo ricambiasse,
o meglio che non lo avesse più ricambiato da
un certo momento in poi. E quell'impercettibile ma per lui evidente
cambiamento nei sentimenti della sorella risaliva a molti anni prima,
all'epoca del loro fidanzamento. Non era sicuro di quello che stava
pensando, eppure il suo sesto senso gli sussurrava all'orecchio che
non si stava sbagliando.
Quando Klaudia aveva all'incirca 22 anni, era accaduto qualcosa che
la aveva cambiata. Cosa, non ne aveva la più pallida idea visto
che lei aveva continuato a comportarsi allo stesso modo, ma qualcosa
c'era. Se solo fosse riuscito a farla parlare di più. Sua sorella
non era felice, non lo era da molto tempo di questo era sicuro e lui
avrebbe tanto desiderato aiutarla.
"Sei un ragazzo intuitivo sai?" rispose Sean ridacchiando
interrompendo il filo di quei ragionamenti.
Lui alzò gli occhi e lo fissò. Aveva lo stesso sguardo
della sorella.
Forse a tratti meno duro ma uguale.
"La rivoglio con me, è forse sbagliato?" disse con
il tono di uno che non doveva giustificarsi con nessuno se aveva questo
desiderio.
Bryce si appoggiò con i gomiti sulle ginocchia. Sospirò
scrollando leggermente le spalle.
"Non saprei... non ha funzionato tra di voi in passato ma comunque...
è Klaudia che deve decidere non io"
"Ma tu saresti d'accordo?" cercava un appoggio era evidente.
"Io voglio solo che lei sia felice, se lo merita." e gli
lanciò uno sguardo eloquente.
Prese un lungo respiro e continuò a parlare.
"Posso solo dire, con assoluta certezza, che chiunque la facesse
soffrire la pagherebbe cara, molto cara " disse con voce ferma
e dal tono vagamente intimidatorio.
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Sean lo squadrò. Era molto convinto di quello che diceva.
Adorava sua sorella, era sempre stato così. Non aveva dubbi
che per lei sarebbe stato disposto a tutto. Si mostrava come un ragazzino
all'apparenza ma in quel momento era diverso. Come se in lui si fosse
verificata una metamorfosi. D'un tratto sembrò molto più
adulto.
Capì i suoi sentimenti in un certo senso; anche lui aveva una
sorella alla quale aveva fatto più da padre che da fratello
e guai a chiunque gliela avesse sfiorata.
"Tuo padre è in casa? Mi piacerebbe salutarlo" cercando
di cambiare discorso.
L'atmosfera si era fatta strana.
"No mi spiace, è uscito poco prima che tu arrivassi, ma
riferirò non ti preoccupare..." e gli sorrise.
"Oh peccato, va bene ripasserò. Ora devo proprio scappare,
mi ha fatto molto piacere rivederti Bryce!"
Se ne andò lasciando il ragazzo immerso nei suoi pensieri.
Bryce restò fermo un secondo accanto alla porta chiusa poi
iniziò a camminare avanti e indietro per il salone in preda
ad una strana agitazione. Si sentì per un istante come quegli
animali che tentano di fuggire prima dell'arrivo del terremoto. Solo
che lui non voleva fuggire, ma capire. Era soprattutto quello che
lo innervosiva.
E adesso dopo la visita di Sean quegli interrogativi si erano moltiplicati
nella sua testa e ora danzavano contorcendosi in strani movimenti
privi di senso. Ma forse stava esagerando. Era il suo solito eccessivo
preoccuparsi per Klaudia che creava fantasmi e ombre anche dove in
realtà non ve ne erano. Eppure....
"Klaudia... cosa sta succedendo? Sto davvero esagerando con tutti
questi pensieri?" domandò al nulla. Che gli rispose con
un silenzio sinistro e carico di attese.
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Nichelle si trovava
al Bar da più di un'ora. Aveva bevuto una coca cola e mangiato
un cheeseburger, passando il tempo guardando i risultati sportivi
del giorno prima su uno dei tre maxi schermi che c'erano in quel locale.
Gli avventori di quel posto erano uomini tutti muscoli e amanti dello
sport, e ragazze dall'aria furba che mettevano in mostra quanti più
centimetri di pelle la decenza consentisse.
Poi, mentre ormai stava per gettare la spugna, lo vide entrare.
Dwayne Washington, in carne ed ossa!
Nichelle trattenne il respiro.
Di persona sembrava molto più inquietante che non in fotografia.
Era alto!
Era grosso!
«Roger, credo che mi dovrai anche una gratifica!» pensò
la ragazza.
Ma ormai era in ballo, e non si sarebbe tirata indietro.
Dwayne si era accomodato al bancone e aveva ordinato una birra.
Doveva fare la sua mossa.
Nichelle si alzò in piedi e si mosse verso il bancone.
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Michael aveva fatto il turno di notte, la sera prima. E Kathie, la sua
collega, lo aveva preso in giro perché lo aveva visto accuratamente
sbarbato per la prima volta da mesi. Ma il fatto era che da quando Klaudia
aveva accettato il suo invito a cena, aveva deciso di curare di più
il suo aspetto.
E Katherine poteva dire quello che voleva!... Non erano fatti che la
riguardassero, in fondo, no?...
Ma Mick sapeva che quello era un segnale di pericolo. Un cartello grosso
come una casa: "ATTENZIONE! STRADA PERICOLOSA!"
Non doveva pensare a Klaudia. Erano poco più che amici, dopotutto.
Così, quella mattina aveva dormito alcune ore, poi si era svegliato,
aveva portato Rebelson a fare una passeggiata e aveva mangiato qualcosa.
E alla fine, approfittando del pomeriggio libero, aveva deciso che poteva
fare un giro e andare a trovare qualche vecchio amico.
Per quel motivo, stava andando al Centro Polisportivo. Uno dei suoi
amici, George Steppard, lavorava lì.
Non lo vedeva da un po' e fare due chiacchiere gli faceva piacere.
Inoltre aveva anche bisogno di scaricare un po' la tensione e sparare
qualche colpo al poligono era l'ideale!
Arrivò che era ormai pomeriggio inoltrato e il cielo si era leggermente
annuvolato di nuovo.
"Speriamo che non torni a piovere..." mormorò Michael
guardando per un secondo le nuvole, prima di entrare dentro l'edificio.
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Mick era rimasto per circa un quarto d'ora a parlare con George delle
ultime novità, quando il suo amico lo prese per un braccio e
lo spinse in avanti verso i corridoi di tiro.
"Guarda là!" disse George con aria ammiccante.
"Cosa dovrei guardare?!..." Mick era abituato ai colpi di
testa del suo amico, che aveva un carattere imprevedibile.
"Quella ragazza bionda! Dài, su, è impossibile non
notarla! Lo sai che è arrivata oggi per la prima volta qui al
poligono e praticamente ha fatto solo centri perfetti? Secondo me è
una professionista! Magari è una tua collega... Una poliziotta?!"
Mick guardò con attenzione la donna che George gli stava indicando.
"Ma..." Complimenti, ora la vista gli giocava un brutto scherzo!
Eppure quel fisico e quei capelli gli erano familiari. "No... Non
può essere lei!" Non poteva essere Klaudia! Michael pensò
che probabilmente doveva farsi misurare la vista...
Ma più la guardava e più si convinceva che era proprio
lei. Però l'idea che si era fatto di quella ragazza non era esattamente
quella di una...
pistolera! Una ragazza che studiava le stelle! Con un fisico da modella,
e una grazia innata! Con quella bellezza tipicamente nordica... No...
Non poteva essere la stessa donna che aveva di fronte. La studiò
per qualche momento. Le sue mosse erano precise e molto professionali,
George non s'era sbagliato. E si vedeva che aveva una grande dimestichezza
con le armi e con i bersagli.
"Ma... tu la conosci?" George ora stava fissando Mick con
sguardo sorpreso.
"Potrebbe essere..." rispose lui evasivo.
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"Forza dai..." Klaudia strinse le palpebre. Impugnò
saldamente la pistola nelle mani. Quel bersaglio era davvero distante
e soprattutto era in movimento. Doveva colpirlo prima che svanisse dietro
al telone.
"Ancora pochi istanti...." sussurrò concentratissima.
La detonazione esplose e andò a segno.
Abbassò le braccia e fissò per un istante i cerchi bianchi
su quel fondo nero.
Aveva preso il cerchio più piccolo. Il centro perfetto.
Si abbassò sulla nuca i paraorecchi. Poggiò la pistola
sul tavolinetto al suo fianco.
«Pensavo di essere fuori forma ma devo ammettere che non me la
cavo male...» pensò sorridendo tra sé e sé.
Si sentiva meglio. Quella prima seria di colpi in 20 minuti l'avevano
alleggerita e anche un po' esaltata.
«Forse ho sbagliato mestiere, dovevo fare il cecchino!»
rifletté compiaciuta.
Controllò il caricatore. Aveva finito le munizioni. Doveva farsene
dare delle altre. Poggiò la pistola e si tolse occhiali e
paraorecchi. Poi si diresse verso il tale che gli aveva dato le munizioni
quando era entrata. Camminò a passo svelto osservando le altre
corsie.
C'era un uomo sulla quarantina che sparava davvero bene. Tutti bersagli
mobili.
"Però..." sussurrò.
Quando ormai era a pochi passi dall'uomo che le doveva fornire i proiettili
si accorse che c'era qualcuno accanto a lui.
Una figura famigliare. Molto famigliare. Non era possibile ma quello
era...
"Mick!" esclamò sorpresa "Tu qui?"
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Michael si scoprì a sorridere. "Ciao Klaudia. Sei una continua
fonte di sorprese, per me, lo sai?..."
"Oh!" lei gli sorrise di rimando. Ma certo Mick era un poliziotto
quindi non era un ambiente insolito per lui quello.
"Bè... ogni tanto mi diletto..." farfugliò.
Si arricciò una ciocca di capelli. Si sentiva leggermente in
imbarazzo.
"Non c'entra molto con l'astronomia lo so, ma mi piace!"
"Beh... non ho visto molto, ma... mi sembra che te la cavi alla
grande! Non sapevo che fossi anche una campionessa di tiro al bersaglio!
Questo significa che non potrò mai fare bella figura con te al
tirassegno?" Mick fece una smorfia comicamente delusa. "E
io che volevo vincere un orsacchiotto per te al Luna Park!..."
"Non fare l'adulatore... sei un poliziotto è ovvio che sei
più bravo di me, io diciamo che me la cavo!" si mise entrambe
le mani ai fianchi.
Poi gli si avvicinò ancora di più.
"Se vuoi regalarmi un orsacchiotto lo puoi sempre fare... mi piacciono
i peluche..." gli disse alzando il mento e assumendo un atteggiamento
volutamente provocatorio e lo fissò girando leggermente la testa
di profilo.
Sulle labbra un mezzo sorriso furbo.
Mick si mise a ridere. Poi presentò Klaudia a George, il quale
aveva lo sguardo di chi la sa lunga. Attento a non farsi vedere da Klaudia
strizzò l'occhio a Michael, poi però si scusò con
i due e si allontanò, richiamato da un altro ragazzo che aveva
problemi con il suo bersaglio. Così Mick e Klaudia rimasero soli.
"Vorrei offrirti qualcosa, ma ogni volta che ci provo... succede
qualcosa che ci fa scappare." disse Mick. "Che ne dici se
invece parliamo un po'?..."
Lei rimase un attimo imbambolata. Di colpo perse tutta la sicurezza
di pochi istanti prima. Perché si sentiva improvvisamente a disagio?
Allora accampò la scusa più banale del mondo nel tentativo
di prendere tempo.
"Scusami prima dovrei andare in bagno, che ne dici se ci vediamo
direttamente al bar ?"
Disse in preda ad una sottile ansia crescente.
"Ma certo..." Mick annuì. "Va benissimo. Non ti
preoccupare io ti aspetto. Ci vediamo là."
Lei si allontanò a passi veloci e sparì dietro ad un muro
subito dopo aver voltato un angolo.
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Michael si diresse verso il bar, ma fatti pochi metri vide che là
c'era George che stava chiacchierando con il barista.
Quindi fece dietro-front. Non aveva voglia di rispondere al miliardo
di domande che il suo curiosissimo amico sicuramente aveva in serbo
per lui. E poi cosa avrebbe dovuto dirgli? Se Klaudia gli piaceva? Sì.
Non c'erano più dubbi su questo. Se c'era qualcosa fra loro?
No!... E non perché lui non volesse.
Soffocò un'esclamazione. Quella era la prima volta che quel pensiero
attraversava chiaramente la sua testa.
Oh, no. Lui aveva fatto di tutto per non cadere di nuovo in quella trappola
che era l'amore... E aveva cercato di non farsi coinvolgere dalle donne.
Solo che... Klaudia non era una donna come le altre. Quello era il guaio!
Da quanto la conosceva? Praticamente poco più di un mese. Ma
era stato ampiamente sufficiente. E forse era rimasto lontano dalle
donne troppo a lungo!! Iniziò a camminare avanti e indietro.
Poi capì che quello che voleva era... lei!
Si mosse verso la toilette delle signore, e arrivò proprio nel
momento in cui Klaudia ne usciva.
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Appena entrata in bagno Klaudia si avvicinò al lavabo. Si guardò
allo specchio. Non c'era nessuno lì dentro a parte lei.
"Che diavolo mi prende?" si disse fissando la propria immagine.
Si era innervosita quando lui le aveva chiesto di parlare un po', per
quale motivo aveva reagito così? Gli venne in mente Lij. Solo
lui aveva avuto fino a quel momento il potere di metterla così
in agitazione con poche semplici parole e uno sguardo che la trapassava
da parte a parte.
E Mick... alle volte sentiva qualcosa di nuovo agitarsi dal profondo
quando pensava a lui. Qualcosa che non aveva ancora una forma ma che
aveva il potere di mandarla spesso in subbuglio con i pensieri.
Respirò a fondo. Poi istintivamente aprì il rubinetto
e si rinfrescò il viso con l'acqua. Si sciolse i capelli che
ricaddero morbidi sulle sue spalle. Si passò una mano su una
guancia. La sua pelle era liscia e ora anche fresca a causa dell'acqua.
Si osservò attentamente. Aveva l'aspetto un po' sconvolto, senza
alcuna apparente ragione valida.
"Meglio che esca se no penserà che ci sono caduta nel bagno..."
Ma appena uscì dalla toilette si dovette improvvisamente fermare
di colpo.
Mick le stava davanti e la fissava in modo strano.
"Cosa succede?" chiese con voce leggermente esitante.
Michael la guardò nervosamente. Poi la prese per un braccio.
Non ci stette a pensare troppo. Prima che lei potesse dire qualcos'altro,
l'attirò a sé e la baciò sulla bocca.
Dapprima solo con le labbra.
Ma quel semplice contatto era stato una scarica elettrica nel suo corpo,
e subito il desiderio di approfondire il bacio aumentò.
Schiuse la bocca e con la lingua iniziò a forzare le labbra di
lei, esigendo una risposta.
Si era ritrovata addosso a lui e con la sua bocca sulla propria nel
giro di una frazione di secondo senza poter realizzare cosa stesse succedendo.
Senza avere il tempo di decidere se lo voleva o meno. Ma ci mise poco
a capire che il suo corpo aveva già dato una risposta più
che eloquente alla sua domanda.
Rimase per un attimo con gli occhi sbarrati. Avvertì una scossa
attraversarle tutto il corpo fino alla base della nuca e da quel momento
non riuscì più a controllare né i pensieri, né
tantomeno i gesti.
Prese il volto di lui tra le mani e gli rispose schiudendo le labbra
e baciandolo a sua volta in modo quasi violento mentre sentiva il respiro
montarle in gola dall'emozione.
Il cuore di Mick compì una capriola perfetta nel suo petto. La
risposta di lei era stata proprio quello che aveva desiderato. La spinse
contro il muro, senza smettere di esplorare la sua bocca, in quel bacio
che pareva non dover finire mai!...
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FINE
TRENTADUESIMA PUNTATA
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